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Scene da un matrimonio

Carissimi,
da poco ero invitata al matrimonio di un amico. Che bello! Ero proprio contenta di andarci.

La fauna umana poi era interessante.
Tra le donne le solite prefiche vestite di nero. Qualche trans. E infine signore con cappelloni da far impallidire le dame di Ascot.
Mia zia Maria purtroppo non era invitata. Altrimenti sarebbe sicuramente venuta così:

Zia Maria ad Ascot (dal Corriere).

Nel settore maschile parecchi Brad Pitt. Tutti rigorosamente accoppiati. Tra loro anche lo sposo. Data la situazione, accoppiatissimo.

La chiesa era molto bella e con decorazioni decisamente glutinose.
Ecco, ne ho staccato una per farvela vedere:

Anche il libretto della messa era in tema:

Per non parlare del grano che, all’uscita dalla chiesa, hanno tirato addosso agli sposi!

Se un giorno mi sposerò, mi farò tirare l’amaranto, la quinoa e persino la gomma di guar.

Gli sposi, così glutinati, sono poi saliti sul questa bellissimissima cinquecento con i palloncini.
Ormai sapete che macchina regalarmi, no? ;-)

La macchina degli sposi.

E così finalmente era arrivato il momento di andare al ristorante. Che attesa e tripudio per una celiaca. Che giustamente, anche se ha avvertito da prima, si chiede: daranno da mangiare anche a me?

Dopo un rocambolesco viaggio in macchina, nel quale seguivamo una macchina che in realtà seguiva noi (per cui siamo finiti tutti da un’altra parte), eccoci finalmente al ristorante.

L’aperitivo era direttamente sul mare. E c’era ogni ben di Dio. Purtroppo era tutta roba impanata: non potevo mangiare assolutamente nulla. Per farmi uno scherzo lo sposo mi ha detto che il pranzo era tutto li. Simpaticone.

L’aperitivo.

Per consolarmi ho assaggiato un dito di questa brodaglia blu, anche se non ero sicura al 100% degli additivi (ahi ahi ahi! Voi non fatelo):

La misteriosa brodaglia blu.

Appena entrata al ristorante, sono stata assalita dai camerieri: “È lei la celiaca?”
Io: “In persona.”
Cameriere: “Non si preoccupi, ci pensiamo noi. Ma lei la salsiccia la può mangiare?”
Io: “Dipende dalla marca. L’unico salume che posso mangiare di qualsiasi marca è il prosciutto crudo.”
Per non sbagliare mi hanno riempito il piatto di prosciutto.

L’antipasto.

A tavola sono capitata vicino ad una mia compagna delle elementari. Praticamente non ci vedevamo da quando alla ricreazione ballavamo imitando Romina e Albano, Lorella Cuccarini e Raffaella Carrà.
Appena ha sentito i miei discorsi con i camerieri, mi ha detto: “Ma sei celiaca anche tu? Da poco mia mamma e mia zia hanno scoperto di essere celiache.”
Ma pensa te.

Niente dietoterapici al pranzo, ma in compenso c’era risotto, porcheddu, gamberi … Più che sufficiente per saziare una celiaca come me che mangia a quattro palmenti.

Al posto della torta nuziale mi hanno portato un plum cake senza glutine con fascinoso ciuffo di nutella.
Il cameriere tutto trionfante: “Abbiamo messo anche la panna vegetale!”
Che notoriamente è la salvezza del celiaco…
Questa panna vegetale era molto sospetta, per cui l’ho lasciata li.

Torta vera (a destra) contro torta taroccata per celiaci (a sinistra). Chi vince?

Il pranzo si è protratto tantissimo. Pensate che alle sei di sera avevamo appena mangiato il primo.
A quell’ora in ospedale stavano già servendo la cena. Non che mi manchino quelle cene là, che non potevo neanche mangiare…

La sera poi tutti a ballare sulla pista davanti al mare. La madre dello sposo era lanciatissima. Per non parlare di una signora vestita da odalisca, con frange, medagliette e la pancetta tremolante, che si è esibita nella danza del ventre. I miei villi la guardavano elettrizzati.
Ad un certo punto hanno attaccato il liscio e la mia amica Olivia ha iniziato a sentire l’umidità sul collo. Con la mazurca l’umidità è aumentata. Al paso doble era già una cervicale.
A quel punto siamo andate via, sfuggendo così ad un Brad Pitt dai modi un po’ primitivi, che ci aveva assediate per tutta la sera.
Siamo tornate in città stanche e contente. Che bella festa, mi sono proprio divertita!

Ora, con questo bla bla sul matrimonio, non vi ho ancora raccontato dove mi sono trasferita. Abbiate pazienza, prima o poi lo farò, che qua sto già accumulando avventure.
Un caro saluto dalla località X!
La vostra,
Maria Paola

Miracolo a Praga

Carissimi,
questo pomeriggio mi ha scritto un sms la mia amica Kateřina da Praga. Era appena passata davanti al ristorante sardo Ichnusa, dove eravamo state una volta.
Dice che in vetrina hanno esposto il pane carasau senza glutine!
Incredibile. Lascio Praga ed ecco che là succedono i miracoli!
Che il mio passaggio abbia effetti miracolosi?

Intanto io sono qua nella mia nuova destinazione. Sempre top-secret. Si sa, noi agenti segreti… ;-)
Vi do qualche indizio. Nei giorni scorsi il tempo era tremendo. Sembravano i monsoni.
E nella mia casa prima di me abitava una famiglia indiana.
Eppure non sono in India! :-D

Scusate, ultimamente non ho avuto tempo di scrivere. E ho un arretrato di avventure che non avete idea…
Ma voi siete sempre nel mio cuore.
A presto e un abbraccio dalla vostra
Maria Paola

Cronache ospedaliere:
le avventure di zio Mario

Totò Diabolicus (1962), regia di Steno.

Carissimi,
dopo qualche giorno che ero stata dimessa dall’operazione alle tonsille, mi telefonò mio zio Mario, che è anche mio padrino (come zia Maria del resto è mia madrina: ai miei genitori la fantasia non manca).

Per rincuorarmi, zio Mario mi raccontò di quando era stato operato lui alle tonsille, negli anni ’60. A quei tempi l’operazione si faceva ambulatoriamente: anestesia locale, zac zac e poi ti mandavano a casa con una bella pacca sulla spalla.

Zio Mario dovette andare a farsi operare a Nuoro. Lo accompagnò zio Pasquale, che era prete (non si sa mai) e che ebbe così il privilegio di assistere a tutta l’operazione.

Il chirurgo non riusciva a tagliare le tonsille a zio Mario, che sentiva tutto il tempo “trac trac”, mentre il chirurgo armeggiava tutto sudato. Pare che per risparmiare non avesse comprato gli attrezzi adatti.
Zio Pasquale, vedendo il fratello con la bocca piena di sangue, per poco non sveniva.

Dopo l’operazione, zio Mario si lamentò per mesi per il dolore, non riusciva a mangiare. Il medico allora disse: “Adesso basta, dategli del pane duro!”
Ohibò. 8-O
Infine zio Mario sopravvisse, anche se gli avevano lasciato in gola dei mozziconi che si infiammavano sempre.

Capitò anche a lui, in altre occasioni, di essere ricoverato in ospedale. In camera era sempre con gente ingessata dalla testa ai piedi che gridava tutta la notte (poveretta).
Gli infermieri non erano mica diplomati. Erano tutti ex pastori di Oliena e di Orune e quando li chiamavi non venivano mai.
I degenti, dal canto loro, tenevano sul comodino fiaschi e bottiglioni di vino e bevevano dalla mattina alla sera.

Pasti per celiaci in ospedale? Manco per sogno. Noi celiaci non eravamo ancora stati inventati.

Per concludere la telefonata zio Mario mi disse: “Tra cento anni un’altra!” (operazione alle tonsille, s’intende).
Io: “Eh?”
Lui: “È un augurio di lunga vita.”
Per me va bene. Tanto tra cento anni le tonsille si opereranno per teletrasporto, come su Star Trek.

Ormai sto benone e sono attiva. Anzi, tra poco dovrò trasferirmi in una nuova località, per ora top-secret, dal nome fortemente evocativo… Ultimamente ero già là in missione.
Di che posto si tratta? Lo saprete presto sul mio blog. ;-)

Intanto vi lascio con la scena dell’operazione chirurgica nel film Totò Diabolicus del 1962.
E così concludo finalmente queste cronache ospedaliere (era ora). :-)

Un abbraccio dalla vostra,
Maria Paola

Cronache ospedaliere: il ritorno

Torna il nostro reduce del Vietnam, più agguerrito che mai.


(CONTINUA DALLA QUARTA PARTE)

Mi era venuta la temibile emorraggia post-operatoria.
Sconvolta, andai subito a svegliare i miei.

Vedendo tutto quel sangue nel lavandino, mio padre disse:
“Ih! E cosa vuoi che sia? Quando ho avuto quell’emorraggia allo stomaco, ho perso molto più sangue. Mi avevano dovuto fare due trasfusioni!”
Poi guardò nella mia gola con la pila per vedere dov’era l’emorraggia, mi mise il ghiaccio sul lato giusto del collo e, infine, telefonò alla clinica.
Nel frattempo io, tremante, con una mano mi tenevo il ghiaccio sul collo e con l’altra reggevo il bicchiere nel quale sputavo il sangue. Contemporaneamente mi tiravo su i jeans sopra il pigiama. Meglio lasciarlo sotto, nel caso mi avessero trattenuta in ospedale.
Era notte, notte fonda.
In quattro e quattr’otto ero in macchina e in men che non si dica di nuovo in clinica: salve a tutti, chi non muore si rivede.

Siccome l’emorraggia non bastava, la dottoressa mi fece tre prelievi di sangue. In quel momento stavo per svenire. Vedendomi così, mia mamma stava per svenire ancora di più.

E così eccomi di nuovo in un letto della clinica. Quella notte non riuscii a chiudere occhio. Era troppo grande lo sconforto di trovarmi di nuovo li. Non potevo crederci. Mi avevano messa nella camera dei bambini, alle finestre c’erano Bambi, Tippete e il trenino: magra consolazione.
Con la mano tenevo sempre il ghiaccio sul collo, avevo terrore che l’emorraggia si ripresentasse. Oppure che l’anticoagulante che mi avevano iniettato, in combutta con la flebite, causasse qualche embolo vagante.
Indecisa tra le due preoccupazioni, piansi. E poco prima dell’alba mi addormentai di un breve sonno.

* * *

La mattina dopo feci conoscenza con la mia compagna di stanza.
Era una signora di sessantotto anni, molto simpatica. Somigliava molto alla brunetta dei Ricchi e Poveri. Solo che lei stava ore al telefono con la mamma novantenne e parlava un sardo strettissimo, tutto infarcito di ehi, ohi e ahi.
L’avevano operata di urgenza quella notte. Mi raccontò che aveva un grosso coagulo di sangue dietro all’occhio. Questo coagulo le aveva spinto l’occhio in fuori e le faceva vedere doppio. Secondo lei era dovuto ad un colpo d’aria. Sul pericolosissimo colpo d’aria, fenomeno tipicamente italiano, vi consiglio di leggere questo articolo in inglese: ->-> cliccate qui<-<-.

La mamma novantenne (Dio la benedica) le portava tutti i giorni il pranzo in clinica.
Io invece dopo l’emorraggia dovevo ripartire da zero: non potevo né mangiare, né bere, solo flebo.
Quel giorno la mamma le portò i carciofi con patate. Oddio quanto mi piacciono i carciofi con le patate!
E così, mentre ero attaccata alla flebo, la mia compagna di stanza banchettava allegramente con i carciofi. C’era un profumino da svenire.
Lei: “Vuoi assaggiare?”
Io (tristissima): “Non posso.”
Lei: “Ah, già, è vero, dimenticavo che non puoi.”
Io (sognante): “A casa mamma però dei carciofi mi dava il brodino.”
Lei (premurosa): “Se vuoi, te lo lascio.” E nel mentre sbocconcellava una fragrante focaccia glutinosa, seminando briciole dappertutto.
Io (deglutendo, mentre una lacrimuccia mi scendeva sulla guancia): “No, no, grazie, non si preoccupi.”

Il giorno dopo la mamma le portò la pasta e di secondo le polpette al sugo. Oddio: gli spaghetti con le polpette sono il mio piatto preferito! Come in Lilli e il Vagabondo. Avete presente?

Una parente in visita alla signora mi chiese: “Lei non mangia?”
Indicai la flebo: “Questo è il mio pranzo.”
La parente: “Ma sazia?”
Come no!

Una sera venne a visitarmi il chirurgo greco, considerato il più gran Brad Pitt del reparto. La mia compagna di stanza ne tesseva le lodi: “Sembra il colosso di Rodi!” Io non l’avevo mai visto e pensai: “Beh, meno male che viene a visitarmi, almeno non sono tornata in clinica per nulla.”
Dopo la visita mi chiese: “La gola le fa male?”
Io: “Non più. Dopo l’emorraggia mi sono passati tutti i dolori.”
Lui rise: “Si è spaventata così tanto?”
Chissà.
In ogni caso mi era andata bene. Nel peggiore dei casi, se l’emorraggia non cessa, ti rimandano in sala operatoria. Per me non ci fu bisogno.

Intanto facevo progressi: prima il gelato, poi il budino, poi gli omogeneizzati (la mia passione…). E la mia compagna di stanza era una persona interessante: aveva girato il mondo con i punti raccolti vendendo lavatrici. Tredici crociere in tutti i mari, viaggi a Bangkok, New York, Acapulco, Shanghai… Aveva viaggiato così tanto che faceva un po’ di confusione con la geografia. Tipo la Sierra Morena in Messico e Lanzarote nelle Baleari…
Ma mi trovavo bene con lei e quasi quasi ero triste il giorno che mi dimisero.
Ma noooo, scherzo! ;-)

Pian piano a casa mi ripresi, mangiavo cibi sempre più solidi e riacquistavo le forze. Ora sto bene. Ho ancora un colorito un po’ verdino, ma passerà.
Ah già, e ho una linea invidiabile. :-)

La mia avventura ospedaliera è finita (alleluia). Eppure c’è un’altra cosa che vorrei raccontarvi.
Quale?
Lo scoprirete nella prossima puntata (e poi vi prometto che chiudiamo con l’argomento ospedale, che ne avrete le tasche piene, e io anche più di voi).
La vostra,
Maria Paola

FINE QUINTA PARTE

VAI AL ->->-> FINALE

Cronache ospedaliere:
i pericoli pubblici

(CONTINUA DALLA TERZA PARTE)

Ah, gli infermieri. Anche loro erano tipi interessanti.
Il più forte era sicuramente l’infermiere degli sconti. Quando non avevi finito la flebo, siccome non aveva voglia di tornare dopo a togliertela, ti diceva “Le faccio lo sconto!” e te la toglieva subito. Così un giorno stava per scontare alla mia compagna di stanza mezzo antibiotico. Lei: “No, questo non me lo sconti, che mi fa bene.”
Adesso qua ridiamo e scherziamo, ma quello era un uomo pericoloso. Un giorno suonai il campanello perché mi sembrava che il mio braccio con la flebo fosse gonfio. Che fortuna: venne proprio lui.
“Ma no, è normale!”, mi disse, “Lei ha la cannula verde, quella lunga, che arriva sin qui. È così che dev’essere”. Io non me ne intendevo e li per li mi fidai. Poi lasciata la clinica venne fuori che avevo la flebite! Neanche l’infermiera che mi tolse la cannula alla dimissione mi disse niente.
Anche quella te la raccomando! Un giorno mi stava lasciando mezzo metro d’aria nel tubo della flebo. E meno male che me ne accorsi io e le dissi di togliermela.
In ospedale bisogna stare sempre sul chi vive. Se ti distrai un attimo questi ti ammazzano.

Tra gli infermieri pigri ce n’era anche un’altra. Un giorno le chiesi di staccarmi un attimo la flebo per andare in bagno. Per non dover tornare a riattaccarmela, mi mandò in bagno con tutto il trespolo. Non vi dico le acrobazie.

Comunque tutte le altre infermiere erano semplicemente grandiose: premurose, attente e professionali. Ce n’era una poi, carinissima, che girava con un’uniforme stile anni cinquanta. Sembrava uscita da Addio alle armi di Hemingway.

Con la mia compagna di stanza facemmo il pieno di queste grandi esperienze, finché un giorno ci dimisero. E meno male. Altrimenti penso che saremmo evase dalla finestra calandoci giù dai tubi della flebo.

E così finalmente ero a casa mia. Dovevo mangiare solo pappette fredde, farmi quattro volte al giorno l’impacco sul braccio per la flebite, prendere antibiotici in dosi da elefante, ma almeno ero a casa.

Dopo circa una settimana ci fu la visita di controllo.
Il Professore ricordò le mie tonsille con orrore: “Erano brutte, moooolto brutte.” Ed è uno che ne ha viste tante e se ne intende. Poi mi guardò in gola e disse che avevo “Una spleeeendida cicatrice.”
Che bello! Allora l’intervento estetico era riuscito.
Infine mi disse che ora potevo mangiare anche la pasta scotta. Scotta e fredda, per la precisione.
La pasta scotta? La pasta scotta???
Ma era fantastico! Non potevo crederci.

Tornai a casa tutta contenta. Per cena mi feci i soliti frullati e omogeneizzati. “La pasta domani a pranzo”, pensai.
Erano passati nove giorni dall’intervento. Quella notte andai a letto e, appena poggiata la testa sul cuscino, sentii un liquido caldo in gola.
Andai in bagno. Dalla mia bocca usciva sangue rosso vivo in abbondanza: un’emorraggia.

(FINE QUARTA PARTE)

Facciamoci del male

Ecco il mostro.

Carissimi,
a volte vi sentite un po’ masochisti e autodistruttivi?
Ecco quello che fa per voi: la ricetta per fare il glutine in casa.
È tratta dal blog di Dario Bressanini Scienza in cucina, che a me piace un sacco.
Ecco qua la ricetta, spiegata passo per passo:
->-> cliccate qui <-<-
Notate come il glutine appena fatto sembri un cervello umano. Di quelli messi nei vasi con la formalina, come nei peggiori musei degli orrori.

Questa ricetta dà lustro alla mia già pregiatissima rubrica di cucina, dopo il pandoro floscio, il pane di guerra e gli omogeneizzati.

Notate che la foto che pubblico non è mia. È presa direttamente dal blog di Bressanini. Io il glutine non l’ho ancora fatto. Forse è ancora troppo duro per me dopo l’operazione alle tonsille (è una magra scusa, lo so).

D’ora in poi, per mandare a quel paese un celiaco (e anche un non-celiaco) si potrà dire:
“Ma va a farti il glutine in casa!”
Mi sembra anche più gentile.

Buon divertimento con la ricetta!
La vostra,
Maria Paola

Cronache ospedaliere: i casi umani

(CONTINUA DALLA SECONDA PARTE)

Sembra incredibile, ma persino in ospedale si incontrano persone interessanti.

Quando andai all’appuntamento con gli anestesisti, con me nella sala di attesa c’era un uomo. A vederlo sembrava sano. Alla domanda “Che ci fa lei qui?” rispose che un giorno in campagna era stato aggredito da uno stormo di cornacchie. Scappava coprendosi gli occhi, perché si sa che per gli occhi le cornacchie sono pericolose.
Avete presente il film Gli uccelli di Hitchcock? Uguale.
Solo che lui, non vedendoci nulla, aveva sbattuto la testa e si era rotto il naso. Pertanto doveva essere operato.

Dopo il ricovero, la mia compagna di camera ed io iniziammo ad andare insieme nella sala mensa del reparto, ma il panorama dei Brad Pitt era desolante.
C’era un ragazzo con il naso tutto incerottato e gonfio che sorbiva lemme lemme un qualcosa con il cucchiaino. Poi un tizio con l’orecchio e la testa fasciate. E infine l’uomo delle cornacchie, irriconoscibile. Aveva il naso fasciato e un occhio pesto: non si capiva se avesse un travaso di sangue dall’intervento o se avesse fatto a pugni col chirurgo.
Io invece ero così carina nel mio pigiamino rosa. E senza fasciature. Tutt’al più potevo essere lievemente deturpata dal consumo di omogeneizzati.

Per consolarci, facemmo conoscenza con una simpatica signora, che era là anche lei per le tonsille.
Ci disse: “Io avrei dovuto operarmi alle tonsille quando ero giovane! A settantadue anni ho avuto problemi, e mi hanno detto: ‘Lei è troppo anziana per l’operazione.’”
Noi: “E poi?”
Lei: “A settantatre anni ho avuto di nuovo problemi, e mi hanno detto ancora: ‘Lei è troppo anziana’”.
Noi: “E poi?”
Lei: “Adesso mi hanno messa in lista di attesa per l’operazione.”
La mia compagna di stanza le chiese: “Ma lei quanti anni ha?”
La signora: “Settantasei.”
La mia compagna: “Signora, la opereranno quando ne avrà ottanta!”

Un giorno nella camera a fianco alla nostra si palesò un altro rinoceronte. La mia compagna di stanza ed io ci facemmo due risate: bastava che chiudessimo la nostra porta e il russare non ci disturbava. La ragazza in camera con il rinoceronte invece era disperata.
La trovarono la mattina dopo in sala mensa: si era addormentata seduta al tavolaccio. Le infermiere impiegarono due ore a sbloccarle la schiena.

Io invece, nella camera con la nuova compagna mi trovavo benissimo. Mi avevano messo in un letto, sulla cui testata era pieno di immaginette di Gesù Cristo. Avranno pensato: questa è un caso disperato.
Un giorno mi guardai: al braccio sinistro avevo la flebo, al destro un ponfo enorme da un’allergia al disinfettante. E poi tutte quelle immaginette sopra la testa.
Dissi alla mia compagna: “Guardami: sembra che ho le stimmate.”
Lei mi guardò e disse: “Sembri Padre Pio!”
E meno male che doveva essere un’operazione estetica

La vita in ospedale non era così rosea come sembra. Nei corridoi si aggiravano degli individui inquietanti e pericolosi.
Ma di questo vi parlerò nella prossima puntata.

(FINE TERZA PARTE)
VAI ALLA ->->-> QUARTA PARTE

Ingoiatori di spade

Carissimi,
delle mie biopsie intestinali ho un bel ricordo.
Alla prima mi accompagnò mio padre: a causa del sedativo non sarei potuta tornare a casa da sola in macchina. Il sedativo mi mise in uno stato di torpore, per cui non sentii nessun fastidio.
Durante la seconda biopsia invece persi proprio conoscenza per qualche istante, tanto che non mi ricordo nulla, solo che mi misero un aggeggio in bocca. In quel caso mi avevano detto che non c’era bisogno di venire accompagnata. Il gastroenterologo di Monaco aveva infatti uno stanzino con i lettini e le copertine, come all’asilo, dove si poteva passare una mezz’oretta per smaltire la sbornia del sedativo.
Per altri celiaci invece la biopsia e la gastroscopia sono esperienze da dimenticare.

Molti di voi conosceranno Gianna Schelotto, la psicologa che scrive sui giornali e parla in televisione. Pochi però sapranno che all’inizio della sua carriera lavorava con un gastroenterologo. Riporto qua uno stralcio da una sua intervista.
Buona lettura dalla vostra
Maria Paola

* * *

Il professore cominciò a mandarmi molti pazienti. Iniziammo a collaborare e cominciai ad accompagnarlo ai congressi. Facevamo cose insolite per quei tempi, come ad esempio uno studio innovativo sui disagi che procurava la gastroscopia. Mi colpiva come i medici pur facendo un esame così invasivo non si rendessero conto che l’identità di quelle persone venisse violentata.
Infilavano quel tubo come se i pazienti fossero mangiatori di spade.
Per dimostrare quale trauma psicologico potesse provocare la gastroscopia, facevo fare ai pazienti un disegno di se stessi prima e dopo l’esame. Quel mio lavoro fu pubblicato su un’importante rivista scientifica ed ebbe un grande successo. I pazienti disegnavano il loro disagio in maniera molto evidente: prima dell’esame la persona si rappresentava in maniera normale, un omino ben delineato; dopo l’esame invece il disegno era un insieme di linee scombinate. Veniva fuori visibilmente lo scombussolamento che il paziente aveva subito. Era stato come scovare l’uovo di Colombo, qualcosa che avevamo sotto gli occhi per molto tempo ma che nessuno aveva saputo interpretare.

(Gianna Schelotto in Nati senza camicia (e non solo…): interviste a personaggi famosi che hanno cambiato il loro destino con grande forza di volontà di Catena Fiorello, Baldini Castoldi Dalai editore, 2003, pag.410-411)

Cronache ospedaliere:
finalmente si mangia

(CONTINUA DALLA PRIMA PARTE)

Nei primi due giorni dopo l’operazione mi nutrii solo di prelibatissime flebo. La mia preferita era quella alle patate fritte, ma anche quella al pollo arrosto non era male.
Mentre io ero attaccata alla flebo, la mia compagna di camera andava a mangiare nella sala mensa del reparto. Tornava tutta schifata: “Roba orribile! Ho mangiato solo il pane.”
Io: “Ma cosa c’era?”
Lei: “Il passato di verdura. Bleah.”
Io (sognante): “Il passaaato di verduuura!”
Lei: “Le carote bollite.”
Io: “Le caroooote bolliiiiite!”
Quelle carote bollite me le sognavo la notte.

La sera del secondo giorno la dottoressa mi disse che potevo iniziare a bere acqua e a mangiare il gelato. Rigorosamente bianco. I miei mi avevano comprato delle coppette panna e cioccolato. Visto che potevo mangiare solo la panna, mio babbo dovette fare un sacrificio e mangiarsi tutto il cioccolato. Cosa non si fa per i figli!
Cosa mi sembrò quel primo gelato dopo tanto digiuno! Buonissimo!

Continuavo a ricevere la mia dose di flebo, visto che non potevo mangiare gran che, ma pian piano aggiunsi gli omogeneizzati. Il primo fu un omogeneizzato di pollo, che dovetti mangiare freddo, sciolto in acqua in un bicchiere di plastica. Roba da grand gourmet, insomma.
Ora non ridete. Nei ristoranti di lusso pappette simili le decorano con aceto balsamico e una fogliolina di basilico e ve le servono in pompa magna.

Un giorno la caposala impietosita mi offrì degli omogeneizzati di marca che custodiva gelosamente nel frigo. Ebbi modo di provarne diversi: tacchino, vitello con verdure, pollo, coniglio, etc.
Non solo avevano tutti lo stesso orrendo sapore, ma anche lo stesso colore. Il mio sospetto è che mettano in tutti lo stesso impiastro. Tanto i neonati, poveretti, non se ne accorgono.

La palma d’oro degli omogeneizzati peggiori va però a quelli di verdura. Assolutamente
n o n – e d i b i l i: dopo il primo in ospedale, dissi basta. Mia mamma aveva allora il problema di smaltire le scorte. E fu così che mise di nascosto il famigerato “verdure e legumi” nella minestra di mio padre. E l’orribile “verdure miste” nella minestra di mio fratello. Entrambi non cessavano di complimentarsi con mia madre di quanto era buona la minestra e chiedevano cosa mai ci avesse messo.
Massaie, prendete nota.

Siccome non si vive di soli omogeneizzati, ad un certo punto iniziai anche io ad andare in sala mensa. Non per mangiarci, non potevo, ma per vedere un po’ la fauna umana. Metti che anche in ospedale ci sia qualche Brad Pitt! Non si sa mai.

E così conobbi alcune persone interessanti…

(FINE SECONDA PARTE)
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Cronache ospedaliere: il rinoceronte e il veterano del Vietnam

Personaggi ospedalieri.


Carissimi,
finalmente arrivò il giorno del ricovero. Pensavo: “Andare in ospedale. Che sarà mai? Come andare in albergo!”. E tutto il giorno mi ripetevo: “Sto andando in albergo, sto andando in albergo…” Tanto più che secondo il sito della clinica le camere erano quasi tutte a due letti con bagno privato.
Arrivai in clinica: eccomi in un’affollatissima camera a quattro letti.
“Sono in ostello, sono in ostello…”
Mi imbarazzava mettermi a letto in pigiama davanti a tutti quegli estranei: tre ricoverate e tutti i loro visitatori. Ma non avevo scelta.

Durante la notte all’improvviso mi venne un dubbio: forse per sbaglio mi avevano ricoverata in un reparto di veterinaria, invece che in un reparto di otorino.
Infatti nella mia camera c’era un rinoceronte. 8-O

Solo un rinoceronte poteva russare a quel modo. Ero indecisa se imbracciare il fucile e abbatterlo, oppure chiamare l’infermiera. In mancanza di un fucile, suonai il campanello.
Arrivò l’infermiere: “Sente come russa la mia collega? Qua c’è pieno di posti vuoti. Mettetemi in un’altra camera che domani ho l’intervento.”
Dopo un braccio di ferro con l’infermiere, la spuntai e lui mi portò in una camera dove potevo dormire da sola. Che conquista!
Ma la gloria durò poco. L’indomani mattina infatti mi ricacciarono inesorabilmente in camera con il rinoceronte.
Un’altra mia compagna di camera poi mi raccontò che, non vedendomi nel letto la mattina presto, si era preoccupata e aveva avvertito gli infermieri. Gli infermieri li per li furono presi dal panico e pensarono che fossi scappata dalla clinica. Infine uno si ricordò: “Ma no! È la ragazza che ho portato nell’altra camera stanotte!”

Più tardi mi dissero di togliermi tutti i vestiti e mi diedero un camice bianco, molto largo, con due laccetti sulla schiena. Alta moda, insomma. Con questo abbigliamento aspettai alcune ore, finché finalmente arrivarono i barellieri per portarmi in sala operatoria.
Speravo che mi operasse il primario. Infatti il Prof. Peroni (nome di fantasia) è uno di quei chirurghi miracolosi che, quando cammina per strada, la gente gli bacia le mani e la veste.

Mentre aspettavo nell’anticamera della sala operatoria sentivo delle voci: “Nicola, svegliati! Nicola! Nicolaaa! Sveglia, Nicolaaaaa!!!!”
Questo Nicola non si svegliava mai. Stavo per alzarmi dalla barella e andarlo a scuotere un po’ io: “Ajò, Nico. E svegliati che ora tocca a me!” Invece ecco che finalmente il fantomatico Nicola venne fuori, in barella e ancora mezzo addormentato.
Ho scoperto poi che si chiamava Davide. Se lo chiamavano Nicola per forza non si svegliava!

Mi portarono dentro e subito una tizia tutta bardata e con un bocchettone in mano mi disse: “Respiri qui! È ossigeno.”
Pensavo: col cavolo che è solo ossigeno, conterrà qualcosa per farmi addormenta…
Non mi resi neanche conto di perdere conoscenza.

* * *

Quando mi svegliai dall’operazione, nella barella accanto alla mia c’era Nicola che dormiva ancora, poveretto. Io invece ero molto ispipilla (“sveglia” in sardo) e non vedevo l’ora che mi riportassero in camera perché nella stanza del risveglio mi annoiavo.
Le barelliere che mi riportarono su mi chiesero: “Erano grandi le sue tonsille?”
Io: “Erano dei microcontinenti.”

Credevo che avrei avuto chissaquali dolori, chissaquale nausea. Invece niente nausea e i tanto decantati dolori erano sopportabilissimi. Manco paragone con i dolori mestruali del giorno prima. E così un paio d’ore dopo l’operazione mi alzai e mi misi il pigiama da sola, mentre la mia compagna di camera, la signora rinoceronte, mi guardava con tanto d’occhi.

La signora rinoceronte era molto lamentosa. Non perdeva occasione per raccontare ai suoi visitatori, e anche ai visitatori delle altre pazienti, quanto era stato fastidioso tale trattamento, quanto le era doluto quest’altro e chiamava le infermiere per qualsiasi fesseria.
A confronto io sembravo un veterano del Vietnam. Uno che ha patito sofferenze ben peggiori e che sopporta tutto con una tempra di ferro.
Non per niente sono nata il 4 luglio. ;-)

La signora mi indicava ai suoi visitatori ammirata: “Lei sta benissimo!”
Sembrava che volesse farsi operare alle tonsille anche lei, per stare bene come me.
Ad un tratto mi disse: “La sua operazione non era nulla. Se invece le avessero fatto il trattamento che hanno fatto a me, allora sì che avrebbe sofferto.”
Credo si trattasse di inalazioni.
Le risposi che in effetti avevo subito delle operazioni in anestesia locale ben peggiori di questa.
Le stavo per raccontare di quando mi tolsero quella cisti dall’inguine. Di come sentii nettamente il taglio del bisturi e, con le lacrime agli occhi, trattenni un urlo. E che poi tornai a casa da sola in tram, zoppicando.
Oppure di quella volta che il chirurgo mi strappò l’unghia dell’alluce. Cacciai un urlo tremendo. E il giorno dopo dovetti affrontare, da sola e senza posto prenotato, un viaggio di sette ore in un treno affollatissimo. Con un ditone che mi faceva vedere le stelle al minimo spostamento d’aria.
Stavo per raccontare queste cose alla signora, ma poi ho pensato: meglio di no, magari si impressiona.

Quella notte sembrava che le inalazioni avessero fatto effetto sul naso della signora: respirava tranquillamente. Ma ad un tratto, alla una di notte, si svegliò il rinoceronte che era in lei.
Il braccio di ferro con l’infermiera di turno fu più arduo della notte precedente. Mi disse: “Le camere sono tutte occupate. C’è solo un posto in camera con una ragazza. Ma non so se russa anche lei.”
Io: “Non importa, sono disposta a rischiare, tanto se resto qua l’insonnia è garantita. La prego, mi aiuti a prendere la coperta e il cuscino dal mio letto. Sono stata operata oggi e non posso fare sforzi.”
L’infermiera non mosse un dito. Dovetti sradicare io la coperta dal letto con tutte le mie forze. Pensai: vabbé che sono un veterano del Vietnam, però non esageriamo.

La mia nuova compagna di stanza non solo non russava, ma era pure simpatica. Mi lasciarono in camera con lei e facemmo amicizia.
Quella mattina però il nostro veterano del Vietnam era un po’ abbacchiato. Non tanto per i dolori, che non erano gran che. Più per la mancanza di sonno. E soprattutto perché dall’operazione mi ero nutrita solo di flebo.
Come disse il sommo poeta: “Poscia, più che il dolor, potè il digiuno”.

(FINE PRIMA PARTE)
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Gran pranzo di Pasqua

No comment.

Gran pranzo di Pasqua dopo l’operazione alle tonsille:
- omogeneizzato di agnello di gran marca, con tanto di spiga sbarrata
- pasta (finalmente!) molto scotta e fredda
- dulcis in fundo: uovo di Pasqua (ovvero uovo à la coque, visto che il cioccolato non si può).
Non mi faccio mancare niente insomma.
Preferivo la dieta gluten-free a quella tonsil-free, ma pazienza.

Carissimi,
auguro a tutti voi una Pasqua più buona!
Un abbraccio dalla vostra,
Maria Paola

Da settembre panini senza glutine in tutti i McDonald’s!

Carissimi,
una mia amica, che lavora nelle alte sfere di McDonald’s Italia, mi ha informata che da settembre ci saranno i panini senza glutine in tutte le filiali McDonald’s italiane! Come già succede in Svezia e in Spagna. Finalmente!
La McDonald’s si è decisa dopo aver valutato il gran giro di affari dei prodotti senza glutine. Ha già stipulato un accordo con la Schär, che fornirà le Ciabattine, dentro le quali verranno messi gli hamburger.

Purtroppo, per ridurre i costi di produzione, le patate fritte saranno prodotte anche con amido di frumento e saranno quindi vietate per noi. In compenso McDonald’s ha deciso di inserire nel menu le patate lesse, più sane e senza rischi di contaminazione per noi celiaci. Saranno disponibili nei formati grandi, medie e piccole.
Per i celiaci più sensibili, insieme al ketchup e alla maionese, ci saranno bustine di McEnterogermina®, prodotta in collaborazione con la casa farmaceutica Sanofi Aventis, da sciogliere nella Coca Cola.

Mi sembra un grande passo avanti.
Un saluto,
Maria Paola

Come farsi scrivere il proprio blog da altri

Il primo libro di Luisella Fiumi.

Carissimi,
innanzitutto una bella notizia. Come avrete già intuito, dopo l’operazione alle tonsille sono ancora viva.
Appena posso vi racconterò le mie strabilianti avventure in ospedale. Sto bene, ma sono ancora debole e così ho deciso di farmi scrivere il blog da qualcun altro. Da una scrittrice umoristica alla quale non sono degna di allacciare i calzari.
Si tratta di Luisella Fiumi, milanese, lavoratrice e madre di famiglia alle prese con un marito “perfetto”, detto il Bosi, e due figlie pestifere. Mia madre leggeva i suoi libri quando era incinta, e così sono nata io.
Lascio ora la parola a Luisella.
Buona lettura dalla vostra,
Maria Paola

* * *

IL MARITO CHE DÀ «UNA MANO»

Avevo detto a un’amica – moglie di un uomo premuroso nell’aiutarla in casa – che mio marito, invece, mi chiedeva, ogni volta, dov’era la cucina. E il Bosi si era arrabbiato moltissimo: « Ma cosa ti è venuto in mente? Da quando in qua ti chiedo dov’è la cucina? In questi ultimi anni, lo sai anche tu, sono sempre a tua disposizione ».
« Sì, sì » ammisi « ma era una battuta. »
« Le battute » riprese a brontolare il Bosi « devi farle sulla realtà. Se c’è un marito, perlomeno della mia generazione, che da un pezzo aiuta in casa, questo sono io. »
« Ma sì, certo » ripetei. Però, siccome seguitava a sbraitare ed era sabato mattina, dissi:
« Va’ a farti la barba e non pensarci più ».
« Vado a farmi la barba, ma ci penso. »
Ora, è vero, nei primi anni del nostro matrimonio, si vantava di non sapere dove era la cucina e se gliela mostravo, si bendava gli occhi. Ma da tempo si dava da fare, pretendeva la parità: io lavoravo anche in casa? Bene, ci lavorava anche lui.
« Non toccare il vassoio della mia colazione che lo metto a posto io! » mi urlò dal bagno.
Così, mentre impiegava un’ora a farsi la barba, riordinai le poche cose che riordino il sabato mattina quando la nostra colf si dà alla macchia. Lasciai, però, il vassoio in camera da letto, per non mortificarlo.
« Ma hai fatto tutto tuuu? » se la prese con me, quando uscì dal bagno.
« Sì, però adesso, se vuoi, mi accompagni al super-market in macchina. »
« Certo che voglio! » Anche se poche cose lo annoiano come accompagnarmi al supermarket.
Scese in garage, situato nel sotterraneo della casa, e dal quale per estrarre l’automobile impiega un tempo interminabile. Succede questo: prima apre il cancello, poi, con calma (sbaglia sempre chiave e impreca), il secondo portone, infine si avvia verso il box allineato con gli altri box, osserva che all’interno dell’auto sia tutto in ordine, accende il motore, aspetta che si scaldi e quando finalmente sale, dopo giri tortuosi intorno a una colonna di cemento, in strada non mi trova più. Mi vede riapparire, di lì a poco, carica di pacchi.
Si arrabbia moltissimo, e anche quella volta si stizzì: « Ma perché sei andata al supermarket da sola? » disse.
Ora, porco mondo, doveva riportare la macchina in garage, ma mi raccomandò di non apparecchiare la tavola, perché questa incombenza spettava proprio a lui.
In garage, impiegò lo stesso tempo (questa volta si imbatté in un inquilino che doveva uscire con l’auto e si sentì in dovere di scambiare convenevoli), sicché lo aspettai, ma dopo un po’ mi accinsi alla preparazione del pranzo e della tavola.
Urlò, quando se ne accorse: « E, allora, io cosa faccio? » (voleva la parità).
« Guarda » cercai di rimediare, « il vassoio della tua colazione è ancora in camera e puoi portarlo in cucina. »
« Benissimo! » si rallegrò.
Lo vidi girare e rigirare col vassoio in mano alla ricerca di non so che cosa, ma non mi chiese niente. Fui io, di mia spontanea iniziativa, a indicargli la cucina.

(da Tutte femmine e un maschio di Luisella Fiumi, 1981, pag. 9-11)

Chirurgia estetica

Anche io sarò ridotta così?

Carissimi,
ebbene sì. Sono stata da sempre contraria alla chirurgia estetica. Che orrore le rifatte. E il silicone per me serviva solo per le finestre. Invece ora andrò sotto ai ferri anche io. Lo confesso: mi operano alle tonsille.
I medici mi hanno sempre detto che sono brutte e così, per motivi puramente estetici, ho deciso di toglierle. Cosa non si fa per rimediare uno straccio di Brad Pitt!

Non sono mai stata in ospedale prima d’ora. Ho sentito di scenari da film dell’orrore: una ricoverata che vedeva gli scarafaggi camminare sulla faccia della propria compagna di stanza. Infermiere che di notte ti puntano la pila in faccia, stile lager nazista. Celiaci tenuti ad acqua (neanche a pane per ovvi motivi). Per non parlare delle terrificanti storie di corna riguardanti il personale ospedaliero.

Ho saputo che nel reparto lavora la sorellina di una mia amica: giovanissima specializzanda. È molto più piccola di noi. Me la ricordo quando la portavano in passeggino e poi quando andava alle elementari.
E se mi operasse lei per imparare? Magari si dimentica la Barbie nella mia gola.

Oggi andrò a ricoverarmi con tutti questi pensieri.

Miei cari lettori, se non mi svegliassi dall’anestesia o se morissi dissanguata, sappiate che vi ho sempre voluto un gran bene.
Siate affamati, siate folli.
La vostra,
Maria Paola

Oggi su Italians e sulla Nuova Sardegna

Carissimi,
oggi su Italians, il blog curato da Beppe Severgnini sul sito del Corriere della Sera, è stata pubblicata una mia impresa:
http://italians.corriere.it/2012/03/01/sardegna-bagno-il-28-di-febbraio/
Non solo. La notizia, foto inclusa, compare anche sulla Nuova Sardegna di oggi a pag. 28.

Quanto clamore per una cosa da poco!
Il nostro bagno nell’Atlantico nel gennaio 2011 era stato sicuramente più eroico.

Un bacio dalla vostra,
Maria Paola

Per Rossella

Rossella Urru a Rabouni, Algeria. Coordinatrice nei campi dei Rifugiati Saharawi dei progetti della ONG CISP (Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli), è stata rapita nella notte tra il 22 e il 23 Ottobre 2011 assieme ai colleghi spagnoli Ainhoa Fernandez de Rincon ed Enric Gonyalons.

Per Rossella. Perché torni presto libera.
Con affetto,
Maria Paola

I miei modelli: Luciana Littizzetto

Modelli a confronto.


Carissimi,
dovete sapere che mio fratello ha una vera e propria adorazione per Luciana Littizzetto. Vuole molto più bene a lei che a me.
Una sera eravamo dalle zie. Le nostre famose zie antiglutine. Non appena avvertono spostamenti di briciole o altre manovre poco ortodosse a tavola, gridano in sardo: “Non contaminetas!” Spaventa tutti i commensali e funziona sempre. Ve le consiglio.
Dicevo, una sera eravamo dalla zie. Sedevamo tutti a chiacchierare e c’era la televisione di sottofondo. Ad un tratto in televisione compare il Papa. Mia zia Maria, ultraottantenne iper-religiosa, si avvicina al televisore e si china tutta compita per sentire cosa diceva il Papa.
Ad un tratto scompare il Papa dallo schermo e al suo posto ecco Luciana Littizzetto. Mia zia scappa terrorizzata come se avesse visto il demonio! Mio fratello invece zitto zitto si alza e si china sul televisore con fare religioso per ascoltare la Littizzetto. Stesso atteggiamento di mia zia con il Papa!
Se non è adorazione questa…
Un saluto dalla vostra
Maria Paola

Nel palazzo della Stasi: finale

L'angelo azzurro mi ha portata via dal palazzo della Stasi (Marlene Dietrich nel film "L'angelo azzurro", 1930).

(CONTINUA DALLA SECONDA PARTE)

Finalmente, dopo due settimane di vita lussuosa nel palazzo della Stasi, potevo trasferirmi nella mia nuova casa in centro a Praga.
Alla reception mi spiegarono che il giorno della partenza la donna delle pulizie avrebbe dovuto firmarmi un foglio, che attestava la pulizia della camera. Con quel foglio sarei potuta andar via. Speravo anche che mi restituissero i soldi, visto che, come vi ricorderete, all’arrivo avevo dovuto pagare un mese di soggiorno in anticipo.

La mia camera la tenevo pulita. Tuttavia i famosi asciugamani del supermercato non erano di qualità eccelsa: avevano seminato pallini blu ovunque. Inoltre la porta del bagno scrostata aveva continuato a perdere i pezzetti di vernice. Erano sparsi per tutta la camera. Così scesi alla reception e dissi “Vysavač!” Come si intuisce dalla parola stessa, vuol dire aspirapolvere. La vecchietta mi diede un attrezzo che sembrava un residuato bellico della seconda guerra mondiale e che portai via soddisfatta.
“Che ci vuole?” pensavo “Sono solo due metri quadri!”
Iniziai ad aspirare il pavimento, ma ahimé, aspira e riaspira, quell’aspirapolvere non aspirava un baffo. Dovevo ripassarlo dieci volte nello stesso punto perché avesse un minimo effetto. Feci del mio meglio, sudando sette camicie, ma il pavimento rimase più o meno come prima.
Esausta, ritornai alla reception e, indicando l’aspirapolvere con gesti di disperazione, dissi: “Špatný!”, ovvero “cattivo”. La signora allargò le braccia con doloroso stupore. Poi mi mostrò dietro il banco un altro aspirapolvere esattamente identico a quello che mi aveva dato.
Io: “No grazie, ho già dato.”
Tornai in camera preoccupata: il pavimento era sporco. Come avrebbe potuto la donna delle pulizie dichiarare che la camera era pulita? Chiamai allora mio fratello su Skype e gli raccontai la vicenda.
Lui: “Ma possibile che non hai ancora capito?”
Io: “Capito cosa?”
Lui: “Ma come funzionano le cose!”
Io: “E come funzionano?”
Lui: “La donna delle pulizie la devi corrompere!”
Io: “Corromperla??”
Lui: “Ma certo! Tu le dài dei soldi in modo che lei firmi che è pulito. In teoria è come se tu la pagassi perché pulisca lei stessa. In realtà lei intasca i soldi e se ne frega. Così il prossimo trova sporco, la corrompe di nuovo e il ciclo si ripete.”
Io: “Porca miseria, come ho fatto a non pensarci?”
Iniziai a riflettere febbrilmente su quanti soldi avrei dovuto dare alla donna delle pulizie, poi andai a cercarla nel palazzo. La trovai con una collega e vennero con me entrambe. “Oddio”, pensavo, “adesso dovrò corrompere anche l’altra perché stia zitta.” Tremante, le feci entrare nella mia camera. La donna delle pulizie si guardava intorno in silenzio. Di punto in bianco esclamò: “Perfetto! Pulitissimo!” e firmò subito. Ero sbalordita, ma presi il foglio e scappai a gambe levate, prima che cambiasse idea.

Alla reception mi restituirono i soldi che mi dovevano. Tutto a posto. A quel punto non mi restava che chiamare il taxi per andare al lavoro. Meglio il taxi del tram, dato il mio valigione. Chiamai un taxi da un biglietto che avevo trovato. Mi risposero che avrei dovuto aspettare un’ora. “Come sarebbe un’ora?” dissi. Vabbé che abitavo in periferia, però… L’attesa era quella, pertanto mi sedetti rassegnata alla reception e aspettai il taxi per un’ora. Il viaggio in taxi poi durò anch’esso un’ora e così arrivai al lavoro tardissimo.
Spiegai al mio capo il motivo del ritardo: “Ho dovuto aspettare il taxi per un’ora.”
Lui: “Ma che taxi hai preso?”
Io: “Questo”, mostrandogli il biglietto, “la compagnia si chiama ‘Modrý Anděl’”.
Il mio capo scoppiò a ridere: “Ma quello è il taxi per gli ubriachi! ‘Modrý Anděl’ vuol dire ‘L’angelo azzurro’”.
Ma pensa te…

Poco importa. Finalmente avevo lasciato il palazzo della Stasi e quel giorno stesso mi sarei trasferita nella mia nuova casa in centro a Praga. Nel quartiere ebraico, con i gattini nel cortile e bella vista sui tetti.

Vista notturna dalla mia casa a Praga.

Ho raccontato la mia vicenda nel palazzo della Stasi a mia zia Maria, la sosia della Regina Elisabetta di cui vi ho tanto parlato. Zia Maria ha fatto la guerra, viaggi mirabolanti ed è stata persino compagna di lotte di Rosy Bindi.
Eppure questo racconto l’ha profondamente colpita.

Un abbraccio dalla vostra,
Maria Paola

Nel palazzo della Stasi: seconda parte

Elezioni politiche in Repubblica Ceca, maggio 2010. Secondo voi chi ha messo il cartello: il tizio a destra o quello a sinistra?

(CONTINUA DALLA PRIMA PARTE)

Rimasi in quel posto per due settimane.

Avevo rassettato la stanza e mi ero sistemata alla bella meglio. Alla fin fine mi scocciava traslocare di nuovo, magari in un posto con altri problemi, prima di trovare la sistemazione definitiva. “Meglio che mi sbrighi a trovarla” pensavo.

Rimaneva il problema celiaco numero uno: mangiare.
Nel mio piano c’era un cucina, ma aveva solo il lavello. Quella al piano di sopra aveva anche due piastre, ma di pentole neanche l’ombra. E così mi rassegnai a mangiare solo roba che non aveva bisogno di essere cucinata: prosciutto, scatolette di tonno e di salmone, insalata etc.
Nel mio piano c’era un frigo in comune. La prima volta che lo aprii, pensai subito:
“Poffarbacco, ma qui abitano dei grandi scienziati! Guarda quanti begli esperimenti con colture batteriche e fior fiori di muffe!” Inoltre in fondo c’era un blocco di ghiaccio che neanche l’iceberg del Titanic…
Morale della favola: compravo solo porzioni singole, rigorosamente sigillate. Così non dovevo lasciare niente di aperto nel frigo.
Per questo motivo mangiavo sempre quei formaggini Babybell avvolti nella cera. Dopo due settimane non potevo più vederli.

Intanto i giorni passavano e, doccia dopo doccia, stavo finendo lo Scottex. “Bisogna che lavi questi benedetti asciugamani” pensavo.
Così una sera andai alla reception e dissi “Pračka!”, che, come si intuisce dalla parola stessa, vuol dire lavatrice. La signora mi portò in uno stanzino dove c’era una lavatrice e mi spiegò che si pagava un tanto all’ora.
Benissimo, solo che io non avevo detersivo. Al supermercato avevano solo pacchi da cinque chili, e io non volevo appesantire i bagagli in vista del trasferimento.
Come ho risolto? Semplice: avevo un sapone da bucato e con un coltello ne grattuggiai un po’ nel cassetto della lavatrice. Gli asciugamani poi vennero benissimo, profumatissimi!
Quando misi gli asciugamani a lavare era un po’ tardi e mi sarebbe piaciuto andare a letto. Visto che dovevo aspettare la lavatrice, mi misi invece a fare alcune cosette e poi telefonai ai miei con Skype. Ad un certo punto dissi ai miei “Oh, è già passata un’ora. Vi lascio, devo ritirare gli asciugamani dalla lavatrice, altrimenti mi fanno pagare un’ora in più.” Così salii nello stanzino. Ma la lavatrice non aveva finito.
Tornai dopo mezz’ora: non aveva finito.
Tornai dopo un’ora: non aveva ancora finito.
Avevo un sonno pazzesco, ma dovevo aspettare gli asciugamani.
Tornai dopo un’ora e mezza: la lavatrice sballottava che era una meraviglia.
Finì dopo due ore e quarantacinque minuti. Alla reception mi fecero pagare tre ore.
L’indomani al lavoro ero uno straccio. Il mio capo, molto premuroso, venne a chiedermi come stavo e se riposavo bene. Gli raccontai la storia della lavatrice e che, per quel motivo, ero dovuta andare a letto molto tardi. Potete immaginare come si sentì udendo queste cose!

Nel frattempo era rinfrescato e i plaid che avevo comprato il primo giorno non mi bastavano più. Pertanto tornai nel famigerato centro commerciale a comprare un coperta più grossa.
E così, uscita dal centro commerciale, aspettavo il tram in mezzo a una grande strada di periferia. Con una mano tenevo la coperta e con l’altra le buste della spesa. Intorno a me cartelloni giganteschi di propaganda elettorale, raffiguranti dei loschi personaggi e scritti in una lingua incomprensibile.
In quel momento pensai:
Dove sono? E cosa ci faccio qui?

FINE SECONDA PARTE

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Grande raccolto e neve a Manhattan

Carissimi,
oggi grande raccolto: in mezzo chilo di lenticchie ho trovato ben quindici chicchi di grano.

Per festeggiare sono uscita a vedere la neve a Sassari, tanto il riscaldamento era guasto. Non vedevo tutta questa neve in città da quando ero piccola, nel 1985.
Ecco la nostra Manhattan, ovvero il centro di Sassari con i grattacieli, innevata. Manca solo veder passeggiare Woody Allen con la giapponese:

Neve a Manhattan (Sassari, Piazza Castello, 06 febbraio 2012).

Non stupitevi che noi a Sassari abbiamo Manhattan. Si sa che noi sassaresi siamo megalomani: l’autobus qua si chiama tram, e l’inutilissimo tram, che hanno messo da qualche anno, si chiama metropolitana.

Cari saluti dalla metropoli,
Maria Paola

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