Cronache ospedaliere: il rinoceronte e il veterano del Vietnam

Personaggi ospedalieri.


Carissimi,
finalmente arrivò il giorno del ricovero. Pensavo: “Andare in ospedale. Che sarà mai? Come andare in albergo!”. E tutto il giorno mi ripetevo: “Sto andando in albergo, sto andando in albergo…” Tanto più che secondo il sito della clinica le camere erano quasi tutte a due letti con bagno privato.
Arrivai in clinica: eccomi in un’affollatissima camera a quattro letti.
“Sono in ostello, sono in ostello…”
Mi imbarazzava mettermi a letto in pigiama davanti a tutti quegli estranei: tre ricoverate e tutti i loro visitatori. Ma non avevo scelta.

Durante la notte all’improvviso mi venne un dubbio: forse per sbaglio mi avevano ricoverata in un reparto di veterinaria, invece che in un reparto di otorino.
Infatti nella mia camera c’era un rinoceronte. 8-O

Solo un rinoceronte poteva russare a quel modo. Ero indecisa se imbracciare il fucile e abbatterlo, oppure chiamare l’infermiera. In mancanza di un fucile, suonai il campanello.
Arrivò l’infermiere: “Sente come russa la mia collega? Qua c’è pieno di posti vuoti. Mettetemi in un’altra camera che domani ho l’intervento.”
Dopo un braccio di ferro con l’infermiere, la spuntai e lui mi portò in una camera dove potevo dormire da sola. Che conquista!
Ma la gloria durò poco. L’indomani mattina infatti mi ricacciarono inesorabilmente in camera con il rinoceronte.
Un’altra mia compagna di camera poi mi raccontò che, non vedendomi nel letto la mattina presto, si era preoccupata e aveva avvertito gli infermieri. Gli infermieri li per li furono presi dal panico e pensarono che fossi scappata dalla clinica. Infine uno si ricordò: “Ma no! È la ragazza che ho portato nell’altra camera stanotte!”

Più tardi mi dissero di togliermi tutti i vestiti e mi diedero un camice bianco, molto largo, con due laccetti sulla schiena. Alta moda, insomma. Con questo abbigliamento aspettai alcune ore, finché finalmente arrivarono i barellieri per portarmi in sala operatoria.
Speravo che mi operasse il primario. Infatti il Prof. Peroni (nome di fantasia) è uno di quei chirurghi miracolosi che, quando cammina per strada, la gente gli bacia le mani e la veste.

Mentre aspettavo nell’anticamera della sala operatoria sentivo delle voci: “Nicola, svegliati! Nicola! Nicolaaa! Sveglia, Nicolaaaaa!!!!”
Questo Nicola non si svegliava mai. Stavo per alzarmi dalla barella e andarlo a scuotere un po’ io: “Ajò, Nico. E svegliati che ora tocca a me!” Invece ecco che finalmente il fantomatico Nicola venne fuori, in barella e ancora mezzo addormentato.
Ho scoperto poi che si chiamava Davide. Se lo chiamavano Nicola per forza non si svegliava!

Mi portarono dentro e subito una tizia tutta bardata e con un bocchettone in mano mi disse: “Respiri qui! È ossigeno.”
Pensavo: col cavolo che è solo ossigeno, conterrà qualcosa per farmi addormenta…
Non mi resi neanche conto di perdere conoscenza.

* * *

Quando mi svegliai dall’operazione, nella barella accanto alla mia c’era Nicola che dormiva ancora, poveretto. Io invece ero molto ispipilla (“sveglia” in sardo) e non vedevo l’ora che mi riportassero in camera perché nella stanza del risveglio mi annoiavo.
Le barelliere che mi riportarono su mi chiesero: “Erano grandi le sue tonsille?”
Io: “Erano dei microcontinenti.”

Credevo che avrei avuto chissaquali dolori, chissaquale nausea. Invece niente nausea e i tanto decantati dolori erano sopportabilissimi. Manco paragone con i dolori mestruali del giorno prima. E così un paio d’ore dopo l’operazione mi alzai e mi misi il pigiama da sola, mentre la mia compagna di camera, la signora rinoceronte, mi guardava con tanto d’occhi.

La signora rinoceronte era molto lamentosa. Non perdeva occasione per raccontare ai suoi visitatori, e anche ai visitatori delle altre pazienti, quanto era stato fastidioso tale trattamento, quanto le era doluto quest’altro e chiamava le infermiere per qualsiasi fesseria.
A confronto io sembravo un veterano del Vietnam. Uno che ha patito sofferenze ben peggiori e che sopporta tutto con una tempra di ferro.
Non per niente sono nata il 4 luglio. ;-)

La signora mi indicava ai suoi visitatori ammirata: “Lei sta benissimo!”
Sembrava che volesse farsi operare alle tonsille anche lei, per stare bene come me.
Ad un tratto mi disse: “La sua operazione non era nulla. Se invece le avessero fatto il trattamento che hanno fatto a me, allora sì che avrebbe sofferto.”
Credo si trattasse di inalazioni.
Le risposi che in effetti avevo subito delle operazioni in anestesia locale ben peggiori di questa.
Le stavo per raccontare di quando mi tolsero quella cisti dall’inguine. Di come sentii nettamente il taglio del bisturi e, con le lacrime agli occhi, trattenni un urlo. E che poi tornai a casa da sola in tram, zoppicando.
Oppure di quella volta che il chirurgo mi strappò l’unghia dell’alluce. Cacciai un urlo tremendo. E il giorno dopo dovetti affrontare, da sola e senza posto prenotato, un viaggio di sette ore in un treno affollatissimo. Con un ditone che mi faceva vedere le stelle al minimo spostamento d’aria.
Stavo per raccontare queste cose alla signora, ma poi ho pensato: meglio di no, magari si impressiona.

Quella notte sembrava che le inalazioni avessero fatto effetto sul naso della signora: respirava tranquillamente. Ma ad un tratto, alla una di notte, si svegliò il rinoceronte che era in lei.
Il braccio di ferro con l’infermiera di turno fu più arduo della notte precedente. Mi disse: “Le camere sono tutte occupate. C’è solo un posto in camera con una ragazza. Ma non so se russa anche lei.”
Io: “Non importa, sono disposta a rischiare, tanto se resto qua l’insonnia è garantita. La prego, mi aiuti a prendere la coperta e il cuscino dal mio letto. Sono stata operata oggi e non posso fare sforzi.”
L’infermiera non mosse un dito. Dovetti sradicare io la coperta dal letto con tutte le mie forze. Pensai: vabbé che sono un veterano del Vietnam, però non esageriamo.

La mia nuova compagna di stanza non solo non russava, ma era pure simpatica. Mi lasciarono in camera con lei e facemmo amicizia.
Quella mattina però il nostro veterano del Vietnam era un po’ abbacchiato. Non tanto per i dolori, che non erano gran che. Più per la mancanza di sonno. E soprattutto perché dall’operazione mi ero nutrita solo di flebo.
Come disse il sommo poeta: “Poscia, più che il dolor, potè il digiuno”.

(FINE PRIMA PARTE)
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