Get a site

Category: Cultura

Come farsi scrivere il proprio blog da altri

Il primo libro di Luisella Fiumi.

Carissimi,
innanzitutto una bella notizia. Come avrete già intuito, dopo l’operazione alle tonsille sono ancora viva.
Appena posso vi racconterò le mie strabilianti avventure in ospedale. Sto bene, ma sono ancora debole e così ho deciso di farmi scrivere il blog da qualcun altro. Da una scrittrice umoristica alla quale non sono degna di allacciare i calzari.
Si tratta di Luisella Fiumi, milanese, lavoratrice e madre di famiglia alle prese con un marito “perfetto”, detto il Bosi, e due figlie pestifere. Mia madre leggeva i suoi libri quando era incinta, e così sono nata io.
Lascio ora la parola a Luisella.
Buona lettura dalla vostra,
Maria Paola

* * *

IL MARITO CHE DÀ «UNA MANO»

Avevo detto a un’amica – moglie di un uomo premuroso nell’aiutarla in casa – che mio marito, invece, mi chiedeva, ogni volta, dov’era la cucina. E il Bosi si era arrabbiato moltissimo: « Ma cosa ti è venuto in mente? Da quando in qua ti chiedo dov’è la cucina? In questi ultimi anni, lo sai anche tu, sono sempre a tua disposizione ».
« Sì, sì » ammisi « ma era una battuta. »
« Le battute » riprese a brontolare il Bosi « devi farle sulla realtà. Se c’è un marito, perlomeno della mia generazione, che da un pezzo aiuta in casa, questo sono io. »
« Ma sì, certo » ripetei. Però, siccome seguitava a sbraitare ed era sabato mattina, dissi:
« Va’ a farti la barba e non pensarci più ».
« Vado a farmi la barba, ma ci penso. »
Ora, è vero, nei primi anni del nostro matrimonio, si vantava di non sapere dove era la cucina e se gliela mostravo, si bendava gli occhi. Ma da tempo si dava da fare, pretendeva la parità: io lavoravo anche in casa? Bene, ci lavorava anche lui.
« Non toccare il vassoio della mia colazione che lo metto a posto io! » mi urlò dal bagno.
Così, mentre impiegava un’ora a farsi la barba, riordinai le poche cose che riordino il sabato mattina quando la nostra colf si dà alla macchia. Lasciai, però, il vassoio in camera da letto, per non mortificarlo.
« Ma hai fatto tutto tuuu? » se la prese con me, quando uscì dal bagno.
« Sì, però adesso, se vuoi, mi accompagni al super-market in macchina. »
« Certo che voglio! » Anche se poche cose lo annoiano come accompagnarmi al supermarket.
Scese in garage, situato nel sotterraneo della casa, e dal quale per estrarre l’automobile impiega un tempo interminabile. Succede questo: prima apre il cancello, poi, con calma (sbaglia sempre chiave e impreca), il secondo portone, infine si avvia verso il box allineato con gli altri box, osserva che all’interno dell’auto sia tutto in ordine, accende il motore, aspetta che si scaldi e quando finalmente sale, dopo giri tortuosi intorno a una colonna di cemento, in strada non mi trova più. Mi vede riapparire, di lì a poco, carica di pacchi.
Si arrabbia moltissimo, e anche quella volta si stizzì: « Ma perché sei andata al supermarket da sola? » disse.
Ora, porco mondo, doveva riportare la macchina in garage, ma mi raccomandò di non apparecchiare la tavola, perché questa incombenza spettava proprio a lui.
In garage, impiegò lo stesso tempo (questa volta si imbatté in un inquilino che doveva uscire con l’auto e si sentì in dovere di scambiare convenevoli), sicché lo aspettai, ma dopo un po’ mi accinsi alla preparazione del pranzo e della tavola.
Urlò, quando se ne accorse: « E, allora, io cosa faccio? » (voleva la parità).
« Guarda » cercai di rimediare, « il vassoio della tua colazione è ancora in camera e puoi portarlo in cucina. »
« Benissimo! » si rallegrò.
Lo vidi girare e rigirare col vassoio in mano alla ricerca di non so che cosa, ma non mi chiese niente. Fui io, di mia spontanea iniziativa, a indicargli la cucina.

(da Tutte femmine e un maschio di Luisella Fiumi, 1981, pag. 9-11)

I miei modelli: grazie, Maestro!

Carissimi,
questo messaggio apre una nuova serie a tre puntate dedicata ai miei modelli.

Mi sembra doveroso dedicare la prima puntata ad un noto personaggio del forum celiachia: il Prof. Se non altro perché è l’unico dei tre personaggi ad essere iscritto al mio blog.
Tuttavia non ho dubbi che anche gli altri due si iscriveranno presto (di chi si tratta? Lo scoprirete leggendo le prossime puntate…)

Dovete sapere che alla fin fine è merito del Prof. se io scrivo le mie avventure.
È stato lui ad aprire la strada all’umorismo celiaco, che presto avrà pari dignità con l’umorismo ebraico, e io sono la sua orgogliosa discepola. Grazie, Maestro!
E il merito è anche di mio fratello, che mi ha convinta ad aprire il blog.
Ed è anche mio, visto che le cose le scrivo io.
E anche vostro, che le leggete.

Grazie a tutti e buone vacanze

La vostra,
Maria Paola

Perché non ho visto il matrimonio reale


Monarchici in festa, Deal, Inghilterra.

Carissimi,
quando ero in Inghilterra ho detto a mio fratello:
“Visto che siamo qua, perché non andiamo a Londra per il matrimonio reale?”
Lui: “Stai scherzando?”
Io: “Certo. E poi casomai vado al matrimonio di Gianluigi a giugno a Praga.”
Gianluigi chi? Cliccate -> qui <-.
(Per la cronaca: il matrimonio é oggi, giovedi 16 giugno, alle 18 nella cattedrale di Vyšehrad a Praga. Gianluigi ovviamente mi ha invitata, ma ho declinato con la solita scusa della celiachia ;-))

Torniamo all’Inghilterra. La signora del mio Bed & Breakfast a Canterbury mi aveva invitata a vedere il matrimonio reale a casa sua insieme ai suoi parenti. Ma io francamente non avevo voglia di sciropparmi tutta la cerimonia. Magari vederne un pezzettino, non di piú.
La signora del B&B: “Sará una cerimonia lunghiiiiissima. Il sí sará non prima delle due del pomeriggio!”
Io: “Ah be’, ci mancherebbe. Allora io intanto esco e vado a vedermi l’Abbazia di Sant’Agostino a Canterbury, che é patrimonio dell’umanitá UNESCO.”

In giro non c’era nessuno: coprifuoco totale. Avete presente il deserto nelle strade durante le partite dei Mondiali? Uguale. Solo che durante i Mondiali un paio di donne per strada si incontrano. Durante il matrimonio reale invece si vedevano solo uomini. Agli uomini notoriamente di queste smancerie gliene frega di meno.

Non so a voi, ma a me a scuola mi avevano detto che l’Inghilterra era stata cristianizzata da Sant’Agostino. Fin qui tutto okay. Ma non era il Sant’Agostino che pensiamo noi, quello comunemente venerato in Italia, l’autore delle Confessioni, che era africano. Bensí un altro … un italiano! Un monaco romano vissuto tra il 534 e il 604 Dopo Cristo.
E come é stato che andó proprio lui a cristianizzare l’Inghilterra?
Be’, un bel giorno il Papa era passato al mercato a Roma e aveva visto dei biondissimi bambini anglosassoni che venivano venduti come schiavi. Si era impietosito e aveva detto: “Questi non sono Angli, sono A n g e l i !”.
E cosí aveva deciso di mandare qualcuno a cristianizzare l’Inghilterra.
Sfortunatamente scelse proprio il monaco romano Agostino, che non ne voleva sapere:
“A Santitá, nun glia faccio. Sti bbarbari nun li posso vedé, me fanno paura. A Santitá, manda n’artro. Nun me roviná.”
Niente da fare: il Papa voleva proprio che andasse lui. Il povero Agostino partí, ma arrivato in Provenza, sentendo tutte queste storie terribili sui barbari, gli venne una fifa tremenda e tornó a Roma a gambe levate.
Il Papa dovette rimandarlo in Inghilterra a calci nel sedere (con rispetto parlando).
Di fatto poi, come si dice in sardo, “prus timen ocros, chi non manos” (hanno piú paura gli occhi delle mani, ovvero: una volta affrontata, la situazione non é poi cosí difficile). Agostino fu accolto benevolmente dal re degli Anglosassoni Etelberto, che era sposato con una cristiana. Il re si fece docilmente battezzare, come altre diecimila persone. E Agostino fondó l’abbazia e la Cattedrale di Canterbury.

Rovine dell'Abbazia di Sant'Agostino, con la Cattedrale di Canterbury sullo sfondo a sinistra.

E cosí, mentre ero all’abbazia di fronte alla tomba di Agostino, primo arcivescovo di Canterbury, pensavo: “Ora l’arcivescovo attuale sta sposando William e Kate.”
Ma accipicchia, possibile che la cerimonia duri cosí tanto, oltre le due? Ma la messa durerà un’ora!
Ho chiamato al Bed and Breakfast per sapere e mi hanno detto: “Stanno uscendo dalla chiesa!” Porca miseria: avevo perso tutto l’evento storico. Quasi quasi mi dispiaceva. Ma almeno avrei potuto vedere il ciao ciao con bacino dal balcone di Buckingham Palace alla una del pomeriggio.

Infatti almeno quello l’ho visto. Mi é piaciuta particolarmente mia zia Maria, cosí carina con quel vestito color canarino:

Mio fratello mi ha detto: “E se la regina fosse come Saddam Hussein?”
Io: “In che senso?” 8-O
Lui: “Nel senso, se avesse molti sosia. Assumerebbe nostra zia Maria?”
Io: “Sicuramente.”

Finito il cerimoniale del matrimonio, abbiamo rinunciato a vederci le interviste del dopo-partita e siamo andati a Deal, a visitare il castello sul mare di Enrico VIII. A Deal abbiamo trovato una grande festa di monarchici per il matrimonio reale (vedasi video sopra). Ovunque bandierine svolazzanti, non solo del Regno Unito, ma anche dell’Inghilterra. La bandiera dell’Inghilterra è una croce rossa su sfondo bianco. In pratica, una bandiera sarda un po’ sguarnita: senza i quattro mori.

Una signora anziana conosciuta sull’autobus ci ha gentilmente accompagnati al castello. Cavalcando l’attualità le ho chiesto se aveva visto il matrimonio reale.
Lei (inorridita): “I am not a royalist!” (Non sono monarchica!)
Poffarbacco: l’unica sul suolo d’Inghilterra a quanto pare!
Ci spiegava che un tempo il re guidava le forze armate. Ma ora il sovrano che funzione ha? Nessuna.
Inoltre, aggiungeva, è abbastanza ridicolo che il capo della chiesa anglicana sia zia Maria.
Anche secondo me.
Infatti il capo non è l’arcivescovo di Canterbury, come si potrebbe pensare, ma il sovrano. Una gran furbata di Enrico VIII (per potersi risposare con Anna Bolena).

Dovete sapere che Enrico VIII originariamente era un Brad Pitt. Poi invece…
Be’, forse questa ve la racconto un’altra volta.
La vostra,
Maria Paola

I racconti di Canterbury

Carissimi,
sono stata a Canterbury, nel sud est dell’Inghilterra, ben cinque volte.
La prima volta addirittura in un era pre-celiaca: in vacanza studio a 15 anni. Abitavo presso una famiglia inglese che mi dava tutti i giorni il packet lunch (chiamato da noi studenti “pranzo al lancio”). Il lauto pasto consisteva in:
- patatine all’aceto
- bibita molto chimica
- sandwich con fetta di salame fucsia fluorescente.
Ricordo che toglievo il salame, ma sul pane rimaneva l’impronta fucsia. Non desta meraviglia pertanto che in quel periodo fossi molto magra e avessi sempre fame. Forse però dipendeva anche dalla celiachia non diagnosticata.

Ma insomma, cos’ha di speciale questa Canterbury, che avrà si e no quarantamila abitanti? Beh, innanzitutto i famosi “The Canterbury tales” (I racconti di Canterbury), scritti da Jeoffrey Chaucer nel quattordicesimo secolo. Tutta roba scopiazzata dal Decamerone di Boccaccio, ma a quei tempi si usava così. Anzi, se uno copiava, voleva dire che era colto, perché almeno aveva letto qualche cosa.
“I racconti” parlano dei pellegrini che arrivavano in massa a Canterbury da tutta Europa per rendere onore al grande santo, Tommaso di Canterbury. Tommaso Becket, arcivescovo di Canterbury, era stato assassinato nel 1170 nella Cattedrale da cavalieri agli ordini del re. Il re era Enrico II, babbo di Riccardo Cuor di Leone e Giovanni Senza Terra (quelli di Robin Hood, per intenderci).
L’assassinio in un luogo sacro fece scalpore. Si sparse la voce, Tommaso venne proclamato santo e martire e i pellegrini iniziarono ad arrivare da ogni angolo d’Europa. Molti secoli dopo, la vicenda ispirò a T.S.Eliot il dramma “Assassinio nella Cattedrale”. E ancora oggi la devozione per il santo è molto sentita. L’ho visto con i miei occhi partecipando alle due cerimonie annuali nella cattedrale: il 29 dicembre, data della morte, e il 7 luglio, data della traslazione delle reliquie del santo. Il sarcofago originale oggi non c’è più perché, tra le altre cose, è stato distrutto da quel rompiscatole di Enrico VIII (quello con sei mogli, che ne fece uccidere due…).

Adesso penserete che io sia stata cinque volte a Canterbury in pellegrinaggio… Beh, non è proprio così. Per quanto questo santo mi affascini ed è molto suggestivo il luogo in cui è stato ucciso nella Cattedrale, la storia dell’assassinio rientra in quelle solite beghe per il potere tra impero e papato. Originariamente Tommaso era amico del re suo assassino. E, chissà, magari era pure un po’ intrallazzone (in senso buono, ovviamente).

Ma ora basta con la cultura, perché ogni tanto bisogna pur mangiare. Anche a Canterbury.
Oltre ad andare nella solite catene di ristoranti per celiaci, quella dei pub per ubriaconi e da Nando’s a prenderci il pollo, abbiamo deciso di trattarci bene e siamo stati in un ottimo ristorante indiano: The Ancient Raj.
Subito mi hanno detto che potevano cucinare senza glutine e che il curry lo fanno loro mischiando le spezie allo stato puro. Il manager si è intrattenuto a lungo al nostro tavolo per concordare il mio pasto. Il cibo era ottimo e mi sono trovata benissimo.
Il locale è in puro stile coloniale, nostalgico. I camerieri sono tutti uomini indiani, impettiti e molto cerimoniosi. Gli inglesi adorano questo posto: ah finalmente ritrovarsi di nuovo potenza coloniale! Quando le cose erano come dovevano essere!
Infatti in quel ristorante si può comodamente cenare seduti sotto al ritratto della regina Vittoria, imperatrice d’India.
A proposito, osservandola bene mi sono accorta che è identica ad una mia prozia: zia Salvatoríca!
Eccola qua, infatti:

È o non è mia prozia Salvatoríca?

Zia Salvatoríca morì quando ero piccola e ricordo che dovemmo mettere in ordine un sacco di cianfrusaglie dell’Età Salvatorichiana. In compenso abbiamo ereditato delle lenzuola ricamate e dei mobili in puro stile salvatorichiano. Ad esempio una libreria. Talmente bella che la teniamo in garage.

Nel ristorante indiano siamo tornati una seconda volta, dopo una brutta esperienza… Una sera siamo stati in un locale italiano, che fa però anche cucina nordafricana. Stavo per chiedere al manager e poi ho visto che sul menu indicavano “cucina senza glutine”. Dopo lunghe trattative con il cameriere (in pratica, tra pasta e cous cuous, tutto il menu era con glutine) ero riuscita a concordare un pasto a base di riso. A quel punto decido di sfoderare la mia famosa carta per il cuoco con i tre comandamenti del cliente celiaco (1. niente pasta, pane etc., 2. non contaminare, 3. fare attenzione ai prodotti industriali e agli additivi). Il cameriere l’ha portata al cuoco. Dopo un po’ arriva il manager che ci dice che il cuoco non se la sente, che non garantisce per la contaminazione. Morale della favola: ci ha detto di andare da un’altra parte. 8-O
Con la coda tra le gambe ce ne siamo andati. E per non sbagliare siamo tornati al ristorante indiano.
Una volta seduti dall’indiano, mio fratello mi ha detto:
“Non tiri fuori anche qua il tuo foglietto” [la carta per il cuoco n.d.a.] “per essere sicura che qua sia tutto a posto?”
“No”, gli ho spiegato, “l’altra volta non l’avevo tirato fuori. Se lo facessi adesso, penserebbero che allora qualcosa è andato storto.”
Mio fratello: “Ho capito: occhio non vede, villo non duole.”
Dopo la cena, nessun dolore ai villi. Il che nel mio caso non vuol dire (sono asintomatica), ma in quel ristorante indiano mi sono sembrati davvero attenti.

Ci sono anche altri racconti di Canterbury (e dintorni). Può darsi che li scriva, può darsi di no.
Intanto vi saluto e vi auguro buona festa della mamma per domani!
Maria Paola

Nella perfida Albione: I love Mr. Darcy

(CONTINUA DALLA SECONDA PARTE)

'You must allow me to tell you how ardently I admire and love you.'
(Mr. Darcy in 'Orgoglio e pregiudizio' di Jane Austen)

Carissimi,
prosegue la premiata serie “Nella perfida Albione”.
Nella puntata precedente ho promesso di rivelarvi perché sono andata a Bath.
Detto e fatto. Visto che la connessione a Internet nella mia camera non funzionava, la notte mi mettevo a lavorare nella hall dell’albergo. Così una volta ho dato un’occhiata agli opuscoli turistici esposti e ho scoperto che a Bath c’è il “Jane Austen Centre”. Caspiterina, ho pensato, ma allora bisogna andare a Bath!
L’ho detto a mio fratello.
Lui: “Scusa, ma se andiamo a Bath è per le terme romane, mica per Jane Austen.”
Io: “Ah, ci sono anche le terme romane? Va bene, però voglio vedere assolutamente anche Jane Austen!”
E così fu.

Voi direte: chi caspita è questa Jane Austen?
Jane Austen è una scrittrice inglese vissuta a cavallo tra il ’700 e l’800. Avevo letto parecchi suoi libri anni fa. All’inizio pensavo che fossero dei polpettoni: specie di telenovelas d’epoca. Invece poi li ho trovati ricchi di ironia e ci ho visto molto il tema della lotta per la sopravvivenza. La lotta per la sopravvivenza di queste donne che, per non morire di fame, dovevano per forza sposare un uomo ricco (non che oggi, con la crisi, la situazione sia diversa, solo che adesso anche gli uomini devono sposare una donna ricca…).
Il “Jane Austen Centre” è una mostra dedicato alla scrittrice, che ha vissuto diversi anni a Bath e ci ha ambientato due romanzi.

La cosa più interessante della mostra era un particolare, che sicuramente sfugge alla maggior parte dei visitatori. C’erano esposti un sacco di quotidiani pubblicati a Bath ai tempi di Jane Austen. Mi sono messa a leggerli. Erano pieni zeppi di annunci di gente che dichiarava di essere stata malissimo: disturbi intestinali di vario genere, pallore, svenimenti, pelle spenta, perdita di capelli, ventre gonfio, dimagrimenti. Tutte cose potenzialmente collegate alla celiachia non diagnosticata! Queste persone poi ringraziavano il medico tal dei tali per aver fornito loro una medicina miracolosa che aveva risolto tutti i loro problemi. E infine si firmavano con nome e cognome. Ohibò. A me sembravano tutte delle fregature belle e buone, come i prodotti miracolosi per dimagrire che pubblicizzano nelle riviste di oggi. Ma questi si firmavano con nome e cogonome. Avevano davvero i rimedi miracolosi per curare i sintomi della celiachia? O si firmavano con nomi e cognomi falsi?
Mistero.

Abbiamo fatto anche il giro della città sull’autobus a due piani. Molto bello, ve lo consiglio! La guida era una simpatica signora inglese, che ci raccontava come andavano le cose ai tempi di Jane Austen. Allora Bath era una rinomata località di villeggiatura, con grande vita sociale. Un po’ come oggi si va a sciare a St. Moritz o in discoteca al Billionaire. Le donne uscivano tutti i giorni, andavano alle terme, a passeggio e a giocare a carte nella speranza di accalappiare il loro futuro marito. Più che un fine romantico era una questione di vita o di morte: per loro sposarsi era l’unico modo per non morire di fame. E inoltre, se una a 24 anni non era sposata, era una vecchia zitella. Punto.

Potete immaginare come fosse importante curare l’aspetto fisico. C’erano due problemi però: i denti e la pelle. Come igiene dentale erano messi malissimo. In pratica, da giovani perdevano già tutti i denti. Pertanto, perché non si vedesse, si riempivano le guance di cotone. Inoltre, in seguito al vaiolo, avevano tutta la pelle butterata. Le donne allora si truccavano per coprire le cicatrici. Purtroppo i trucchi erano a base di piombo (oggi non avrebbero il marchio di conformità UE) e avevano l’effetto collaterale che uno perdeva i capelli e le sopracciglia. Come facevano allora? Semplice: si facevano confezionare delle parrucche fatte con il crine dei cavalli e le tenevano in testa per nove mesi.
E le sopracciglia? Ritagliavano delle pelli di topo con quella forma e se le incollavano sulla fronte. A quel punto, con in testa una criniera di cavallo che non lavavano da sei mesi, con la pelle di topo attaccata sulla fronte e (non dimentichiamoci) con la bocca piena di cotone, andavano alle feste. Per via del cotone in bocca alle feste non potevano parlare, ma intanto pensavano: dái, che bell’aspetto che ho oggi! E nel mentre, sudavano sotto la parrucca di cavallo e pian piano la pelle di topo si staccava dalla fronte…
(Fonte: la signora che faceva da guida sull’autobus. Non ho inventato nulla!)

Non oso immaginare in che condizioni potessero vivere i celiaci a quei tempi! Davvero, penso che dobbiamo avere dei vantaggi evolutivi non indifferenti (più intelligenti? più simpatici?), altrimenti non si spiega come mai i celiaci non si siano estinti ai tempi di Jane Austen.

Nel negozietto del Jane Austen Centre mi sono comprata il DVD di “Orgoglio e Pregiudizio”, nella serie TV originale della BBC, con Colin Firth nella parte di Mr. Darcy. Bellissima serie, con un Colin Firth assolutamente strepitoso. Se non è uno schianto quest’uomo! (vedasi foto sopra) E poi pure simpatico!

Tra l’altro Colin da poco ha vinto l’Oscar come miglior attore nel ruolo del babbo di mia zia Maria. Se non è una coincidenza questa! Bravo Colin!

Per chi vuole approfondire, metto qua il video della famosa scena del lago dalla serie della BBC. Per chi è a digiuno d’inglese (il video è in inglese) spiego la situazione: Mr. Darcy torna nella sua modesta tenuta, Pemberley, e si fa il bagno nel lago davanti alla sua villa. Tornando bagnato dal lago incontra Miss Bennet, che poi sarei io. Infatti mi chiamo Maria Paola B…ennet. Sono quella con il giubbetto giallo, la gonna bianca ed il cappello buffo (così finalmente mi vedete). L’incontro è improvviso e la situazione un po’ imbarazzante. Ma non posso raccontarvi tutto: guardate meglio il video.
Un bacio a tutti
Miss Maria Paola Bennet

(FINE TERZA PARTE)
VAI ALLA QUARTA PARTE ->->->

Trattato di bradpittologia comparata

Carissimi,
vorrei condividere con voi i contenuti del mio intervento alla First International Conference on BradPittology, tenutasi recentemente a Honolulu.
Si tratta di studi che ho recentemente pubblicato su JABA, Journal of the American BradPittological Association, ovvero la più importante rivista del settore.

La bradpittologia è una disciplina nuova, ancora sottovalutata. Eppure fondamentale per la sopravvivenza del genere umano.

Innanzitutto la bella notizia: i Brad Pitt nei Paesi Baschi ci sono. Non in quantità industriale, ma ci sono.

I Brad Pitt baschi hanno due caratteristiche uniche nel panorama mondiale dei Brad Pitt:
- quelli più grandi (dai 45 anni in su) portano il berretto basco, piatto e bello grande poggiato in cima alla testa. All’inizio sembra molto ridicolo, ma poi ci si abitua.
- sotto i 45 portano gli orecchini. Da entrambi i lati e belli grossi: stile zingara. Roba da far impallidire Mastro Lindo. Ho chiesto spiegazioni e mi hanno detto che ricordano gli antichi baschi venuti dal mare e che sono simbolo di forza. Tutto chiaro allora.

Sorprendentemente, i Brad Pitt baschi presentano delle caratteristiche comuni con i Brad Pitt sardi.
Innanzitutto portano tutti i capelli cortissimi. Non hanno il cosiddetto “ciuffo continentale”, tipico dei Brad Pitt della Penisola e del quale, ad esempio, è provvisto il Prof.

Come i Brad Pitt barbaricini, i Brad Pitt baschi sono molto orsi e di difficile avvicinamento.

Un’altra caratteristica comune è l’altezza: io sono più alta della maggior parte dei Brad Pitt baschi, il che per me assolutamente non è un problema (anzi), ma potrebbe esserlo per i Brad Pitt.
(Per la cronaca: sono alta un metro e 67, senza contare i tacchi e i capelli stile Marge Simpson).

A queste difficoltà si aggiunge la famosa legge celiaca della bradpittodinamica, che recita:
“Per una celiaca, l’attrazione che si esercita sui Brad Pitt è inversamente proporzionale alla disponibilità di cibo”.
Il che significa, che se c’è poco da mangiare, la celiaca dimagrisce e quindi i Brad Pitt accorrono.
Se invece c’è molto da mangiare, la celiaca ingrassa e i Brad Pitt scappano.

Ovviamente a me non poteva andare peggio:
- a Praga ho fatto la fame: sono dimagrita di 5 chili, ma non c’erano Brad Pitt
- nei Paesi Baschi c’è molta disponibilità di cibo (mi sto trovando molto bene nei locali): ingrasserò e i Brad Pitt scapperanno.

Maria Paola
(Dottore honoris causa in Bradpittologia conferito dall’Università di Xirdalan nel Caucaso orientale)

Amami Alfredo

Richard ed io alla Traviata.

Carissimi,
spero voi tutti bene. Anche io sto bene, il mio computer invece temo sia grave…

L’altro giorno ho menzionato sul forum Alfredo, personaggio della Traviata di Verdi. Forse non tutti conoscete la trama dell’opera. E magari a chi la conosce fará piacere rinfrescarla.

La storia è molto semplice. Eccola qua:

La protagonista è Violetta, che di mestiere fa la escort (professione attualissima! In pratica trattasi di una D’Addario ante litteram).

Violetta è innamorata di Alfredo, un macho strafottente che la tratta a pesci in faccia. Violetta, che come la maggioranza delle eroine d’opera è una fessa, continua lo stesso ad amare Alfredo.

Siccome ha tutte le fortune, Violetta si ammala di tubercolosi. La patologia si aggrava, molto probabilmente a causa di una celiachia non diagnosticata. Alfredo sospetta da sempre che Violetta sia celiaca, ma se ne frega di farle fare la biopsia. Anzi la rimpinza ben bene di glutine per liberarsi di lei.
Per peggiorare la situazione, Violetta, invece di coprirsi bene che è malata, va in giro con scollature abissali. Lo fa per il solito Alfredo, che assolutamente non lo merita.

Così alla fine Violetta muore tra le braccia di Alfredo.
E morendo, invece di tossire a più non posso come qualsiasi tisico che si rispetti, canta meravigliosamente.
Questo a riprova delle grandi prestazioni di cui siamo capaci noi celiaci.
(Sipario – Applausi)

Ciao
Maria Paoletta

Sembra un OT ma non lo è (aggiunta)

In riferimento al mio messaggio precedente Sembra un OT, ma non lo é, volevo segnalare ai Baby Boomer (la generazione precedente alla mia) lettori del blog che di “Smells Like Teen Spirit” esiste una cover di Patti Smith.
Completamente diversa e, a mio parere, assolutamente grandiosa:

http://www.youtube.com/watch?v=KlS4_BLHjRg&ob=av2n

A proposito, Patti la vedo sempre un po’ magra e sciupata. Che sia celiaca anche
lei? ;-)

Maria Paola

Sembra un OT ma non lo è

Non pensiate che io ascolti solo canzonette. In realtà la mia musica è un’altra.

Visto che appartengo alla Generazione X, la mia musica non può essere che questa. Mi è andata bene: è al nono posto delle migliori canzoni di tutti i tempi secondo il Rolling Stone. (E i teen-ager di oggi cosa ascoltano? Mah.)
Notate come nel video sono quasi tutti capelloni. E lui ed io abbiamo anche un’altra cosa in comune (quale? La risposta è negli archivi del forum).
E forse un’altra ancora…(tra poco vi dico quale, perché interessa pure a voi…)
Buona visione:

Quello che volevo dirvi è che ultimamente ho letto delle cose interessanti su di lui:

“Nella maggior parte della sua vita, soffriva di un intenso dolore fisico dovuto ad un disturbo cronico allo stomaco la cui natura non è stata mai chiarita.”

“Il disturbo allo stomaco lo debilitava emotivamente, e periodicamente lui cercava di trovarne la causa. Nessuno dei molti medici che consultò fu in grado di indicarne la causa specifica.
Soffriva di particolare sensibilità e timidezza e aveva una cattiva immagine del proprio corpo a casa della sua magrezza; la quale era dovuta principalmente alla malnutrizione causata dal suo disturbo allo stomaco, alla dieta povera prescrittagli da numerosi medici o da entrambe le cose.”
(Traduzione libera da questo sito)

A questo punto sorge spontanea una domanda:
Kurt Cobain era celiaco?

Se gli avessero diagnosticato la celiachia, grazie alla dieta gf probabilmente non sarebbe stato depresso, non avrebbe preso droghe e non si sarebbe suicidato.
Ma non avrebbe scritto “Smells Like Teen Spirit”: i capolavori, si sa, nascono da grandi sofferenze interiori.
“Most of the time I sing right from my stomach. Right from where my stomach pain is.”
(K. Cobain in un’intervista)

Inoltre non riesco a immaginarmi Kurt Cobain che fa colazione inzuppando nel latte le Magdalenas della Schär, come ad esempio fa il Prof., suo coetaneo mi pare.
Contrasta con la sua immagine di bello e dannato, che mi è cara.

Maria Paola