Il Brad Pitt giapponese

Carlos Valderrama. Gol nella nazionale colombiana: undici. Presenze in nazionale: centoundici. Capelli: non pervenuto.

Carissimi,
dovete sapere che ho un collega colombiano.
Voi direte: cosa c’entra con questo “il Brad Pitt giapponese” del titolo?
C’entra, c’entra. Abbiate pazienza.

Dicevo, ho un collega colombiano al quale sto molto simpatica. Tra i suoi connazionali, più che Shakira, probabilmente gli ricordo Valderrama (per motivi puramente tricologici: a calcio sono una schiappa). Quando il mio collega mi vede, si commuove e pensa alla sua patria lontana.

Con me è sempre molto premuroso. L’altra settimana ad esempio eravamo con tutti i colleghi in un locale tipico. In quelli dove ti servono lumache, interiora … (e qua chiudo la descrizione per non impressionare troppo i vegetariani). Ad un certo punto mi sono allontanata dal tavolo per spiegare al cameriere come non ammazzarmi i villi. Il mio collega, premurosissimo, è subito accorso per aiutarmi con il suo spagnolo madrelingua.

Un altra sera mi ha chiesto: “Ma per questa cosa che hai tu [la celiachia n.d.a.] non c’è una cura?”
Io: “Ehm, cura in che senso? Cioè, beh sì, è la dieta senza glutine.”
Mio fratello, che era in visita, subito mi è venuto in aiuto. Spiegando che le cure in medicina sono rare. Per la maggior parte delle condizioni non c’è una cura, ma c’è la terapia. Nel nostro caso, miei cari lettori, la terapia è la dieta senza glutine.
Non fa una grinza.

Con il mio collega colombiano un bel giorno abbiamo deciso di fare le arepas. Si tratta di focacce tipiche della Colombia e del Venezuela, fatte di farina di mais e pertanto molto adatte per noi celiaci (volete saperne di più? Chiedete a Zia Wikipedia).
Io avevo imparato a farle da un’amica venezuelana, che avevo conosciuto nel primo periodo della diagnosi (era addirittura presente nel momento in cui mi telefonarono per dirmi che ero celiaca).

Così sabato sera abbiamo invitato tutti a casa mia per le otto. La sera prima il mio collega colombiano mi aveva detto: “Ti chiamo io domani, così vengo a casa tua, facciamo la spesa e cuciniamo”.
Alle sei però non si era ancora fatto vivo. Inizio a preoccuparmi e lo chiamo: cellulare spento.
Oddio, ho pensato, non è che adesso mi tira il bidone! Immaginavo la gente che arriva e niente arepas (bella figura). In tal caso avrei attivato il piano B: riso bollito per tutti (beh, no, scherzo, avrei fatto di meglio…).
Proprio in quel momento scorgo dall’undicesimo piano una figurina piccola piccola che si avvicina lungo la strada: era lui! (sospiro di sollievo).

Alle otto iniziava ad arrivare la gente, ma noi stavamo ancora cucinando. Così man mano che la gente veniva, la mettevamo a lavorare in cucina (affollatissima).
Ad un certo punto, mentre il colombiano era impegnato ai fornelli, io impastavo le arepas. Un impasto grossissimo e durissimo. Ma pur sempre un gioco da ragazzi per i miei bicipiti, allenati dalla pentola a pressione.
Un collega cinese, invece, tagliava una montagna di cipolle sulla tavola regalatami dal capo (sono riuscita ad usarla, chi l’avrebbe mai detto?). Il collega cinese piangeva come una fontana e si lamentava del coltellino con il manico di plastica che gli avevo dato per tagliare le cipolle.
Rimpiangeva il coltello che aveva a casa sua: una mannaia stile film dell’orrore, che se l’avessi in casa io non dormirei la notte.

Incredibilmente ad un certo punto siamo riusciti a preparare tutto. Abbiamo mangiato. Tutto buonissimo, proprio una bella serata.

Bene, direi che questo è tutto.

Ah no, beh, scusate. Dopo che avete pazientato tanto bisogna che vi dica cosa è questa storia del Brad Pitt giapponese!

Ebbene, la cosa più sorprendente del mio collega colombiano è questa: ha abitato per diversi anni in Giappone e le ragazze giapponesi gli dicevano che era (udite udite) uguale a Brad Pitt!
Lui ride raccontando questa cosa (infatti assomiglia a Brad Pitt quanto me, ma si sa che le giapponesi hanno una percezione distorta).

La vostra
Maria Paola