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Category: Paesi Baschi

Ritorno al passato

Carissimi,
dopo il viaggio in Belgio non sono rientrata nei Paesi Baschi. Infatti già a fine marzo li avevo lasciati per ritrasferirmi nella mia residenza precedente: Praga.
Per chi non si raccapezzasse sui miei spostamenti (a volte, vi dirò, neanche io mi raccapezzo), ecco il mio tour europeo da febbraio in poi: Paesi Baschi – Inghilterra – Praga – Paesi Baschi – Praga – Belgio – Praga.

Che tristezza lasciare i miei colleghi dei Paesi Baschi! Sono i colleghi migliori che io abbia mai avuto. La mia capa basca una volta mi aveva detto tutta entusiasta: “Nel nostro ufficio ci sono due cinesi, un colombiano, un francese, una polacca. E adesso pure un’italiana. Sembriamo le Nazioni Unite!”

Non so voi, ma io quando penso alle Nazioni Unite mi immagino degli austeri signori in giacca e cravatta, seduti davanti ad un segnaposto e ad una bandierina. Niente a che vedere con i miei colleghi. Noi non siamo così, pensavo.
Un giorno poi sono entrata in ufficio ed ho avuto un’illuminazione: una grande stanza dove persone di diverse nazionalità lavorano ciascuna alla propria postazione. Ognuna concentrata sul suo compito, ma per il bene comune.
È l’Enterprise!

Infatti eccoci qua:

Sulla destra si riconoscono i due colleghi cinesi. Seduto in poltrona il colombiano. A sinistra, appoggiato alla poltrona, il collega francese. Tra i due, la polacca.
Ed io?
Beh, chi mi conosce di persona, sa che io sono una negra bianca. Pertanto non posso essere che un personaggio:
Luogotenente celiaco Uhura a rapporto!
Nella foto di prima sono un po’ in secondo piano, pertanto metto quest’altra, che mi ritrae concentrata al lavoro. Così finalmente mi vedete:

Maria Paola al lavoro

Prima di partire ho fatto una grande festa a casa mia. Con il colombiano ci siamo inventati l’arepizza. Si tratta di una contaminazione celiaco-colombiana. In pratica abbiamo fatto un’arepa grande e l’abbiamo condita come se fosse pizza. All’inizio ci sembrava una cosa molto stravagante, ma poi mi è venuto in mente che il pasticcio di polenta al forno si può condire come la pizza. E allora, perché no?
Il mio gentilissimo collega cinese si è offerto di cucinare pure lui. Stavolta però non voleva correre il rischio di dover usare il mio coltellino per tagliare le cipolle. E così si è portato da casa la sua mannaia in stile film dell’orrore. Quando l’ha tirata fuori per poco non svenivo.

Alla festa c’era parecchia gente. Troppa gente. Talmente tanta che io e la mia coinqulina non avevamo abbstanza piatti, posate e sedie. Qualsiasi oggetto “sedibile” veniva usato come sedia. Qualsiasi oggetto “piattabile” veniva usato come piatto. C’erano pure due bambini che giocando avevano riempito tutta la casa di macchinine.
Il caos più totale.
Ho chiesto alla mia coinquilina: “Ma c’era mai stato un caos così a casa tua?”
Lei ci ha pensato un po’ e poi ha risposto: “Effettivamente no.”

La festa è stato un successo. Pensate a quelle feste noiosissime dove tutto è perfetto: i piatti tutti uguali, le posate tutte allineate, i tovaglioli coordinati con la tovaglia. Che barba!
Invece noi dovevamo inventarci li per li l’utilizzo dei vari oggetti. Con tutta quella gente in casa e i bambini che correvano gridando e spegnendo e riaccendendo la luce a modello discoteca. Un gran divertimento!
Il cibo poi è piaciuto tantissimo. Il collega cinese, come al solito, si è fatto onore ai fornelli. L’arepizza è stata un successo. È piaciuta molto persino ad una italiana non-celiaca che era presente.
Nel finale ho presentato il mio famoso dolce al cioccolato, che mi ero inventata tempo fa (poi ho scoperto che esisteva già, ma vabbé). Una cosa veramente peccaminosa: è andato a ruba e tutti volevano la ricetta. Era venuto più superbo del solito proprio perché avevo variato le dosi degli ingredienti. Me le ricordassi adesso!

Ah, i miei colleghi dei Paesi Baschi! Che persone d’oro. La mia collega polacca ha il cipiglio di un sergente maggiore, poi però si fa sempre in quattro per te. Siccome ero preoccupata perché il mio bagaglio superava i 20 chili concessi sull’aereo, la mia collega si è offerta spontaneamente di portarmi qualcosa in Belgio, dove ci saremmo incontrate.
Tutta contenta le ho dato due chili e mezzo di pasta senza glutine. Mi ha detto: “Questa pasta deve essere molto preziosa”. Io: “Preziosissima: a Praga è introvabile, inoltre costa un occhio della testa.”
Il collega colombiano si è offerto anche lui di portarmi qualcosa, visto che verrà a Praga per lavoro il mese prossimo. Gli ho dato la mia adorata pentola a pressione. La tiene al lavoro vicino alla sua scrivania. Mi ha assicurato che la sta trattando bene.

E così sono riuscita a fare i bagagli rispettando il peso.
Arrivederci Paesi Baschi!
Ecco il tramonto a Vitoria-Gasteiz la sera prima di partire:

Ora rieccomi qua a Praga. Ho sentito molto la mancanza dei miei cari colleghi e della mia carissima coinquilina. E poi qua non ci sono Brad Pitt. Inoltre, da un paese celiacamente avanzato come la Spagna, sono tornata nella preistoria.
Mi sono sentita come Mr. Spock, quando atterra da solo su un pianeta preistorico.

Chissà se questa scena c’era davvero in Star Trek. In ogni caso adesso è tutto okay.
Ed il progresso celiaco dilaga anche a Praga…

La vostra,
Maria Paola

EDIZIONE STRAORDINARIA
Scoperta l’alternativa celiaca all’Oktoberfest: è basca

Carissimi,
lo scorso fine settimana la mia coinquilina mi ha invitata ad un’escursione con il suo coro.
Siamo stati in una sidreria chiamata Rezola, che si trova a Hernani, una cittadina dei Paesi Baschi.

Appena entrata ho pensato: ma qua sembra l’Oktoberfest!
Vedere per credere. Si notano all’inizio dei Brad Pitt ad un tavolo e poi si vede per un attimo un mio fratello che passa (come avrete capito, vengo da una famiglia numerosa):

La bellezza di questo posto è che il sidro, a differenza della birra, è una bevanda alcolica ottenuta dalle mele, pertanto è totalmente senza glutine! Gli avventori vanno a prendersela direttamente dalla botte. C’è uno zampillo continuo dall’alto della botte. Uno mette il suo bicchiere in modo da cogliere lo zampillo. Quando toglie il bicchiere, la persona dopo ha già il suo in posizione in modo che il sidro non cada in terra e così via. Ugualmente il pavimento è tutto pieno di sidro…

L’ambiente era grandioso. Questo video per farvi un’idea. Il signore che suona la fisarmonica è il maestro del coro dove canta la mia coinquilina e, al secolo, fa il neurologo. Notate le grida degli spagnoli, degne degli Indiani del Far West:

Per non parlare poi del cibo! La cameriera per prima cosa ha portato delle frittate spettacolari. Mentre la inseguivo per chiederle se erano senza glutine, sono inciampata sul pavimento e sono caduta addosso a dei ragazzi che bevevano il sidro (ci tengo a precisare che io non avevo ancora bevuto nulla). Prima di potermi raccapezzare, ho ripreso l’inseguimento e sono riuscita ad acciuffare la cameriera, che stava già scomparendo tra la folla.
La frittata era senza glutine. Tutto il menu lo era. Solamente sui peperoni a contorno del pesce non era sicura, visto che forse li avevano fritti in olio contaminato. Per cui mi ha dato il pesce in un piatto a parte senza i peperoni.

Poi c’era la carne di manzo alla griglia, rigorosamente con l’osso. Abbrustolita all’esterno, ma per il resto completamente cruda. Mi ha spiegato il fisarmonicista neurologo che è così che dev’essere, altrimenti non è buona.
Mangiando la carne cruda, con quell’osso enorme in mano, ti sentivi un po’ Dracula e un po’ un cavernicolo. Ma era la carne di manzo più buona che abbia mai mangiato.
Per dessert ci hanno portato la cotognata (“dulce de membrillo”), senza glutine anch’essa, con il pecorino. Fantastica! E infine le noci. Con uno schiaccianoci solo per venti persone. Perché tanto gli uomini veri le noci le schiacciano con una mano.

Ora voi direte: è un posto tranquillo per noi. Beh, in realtà in questo ambiente da saloon volavano letteralmente le pagnotte! Nel senso che i camerieri le lanciavano da lontano sui tavoli. I celiaci sono pregati di munirsi di elmetto e di visiera tipo saldatore. I più apprensivi si presentino in scafandro.
Ma no, scherzo. Del resto, se non c’è un po’ di pericolo, che gusto c’è? E poi il pane lo tiravano all’inizio, prima di portare le pietanze, per cui non c’è il rischio che ti arrivi la pagnotta in testa mentre stai mangiando la bisteccona.

Dopo la sidreria siamo andati in centro ad Hernani. Un paesino di neanche 20.000 abitanti, eppure con una movida pazzesca.
Mi hanno colpito in modo particolare i bagni pubblici nella piazza più importante del paese. Immaginatevi dei bagni così nella piazza principale della vostra città (ho pensato: se a Hernani li hanno messi, vuol dire che ce n’era un disperato bisogno…):

Siamo tornati a Vitoria-Gasteiz ridendo e cantando. Una bellissima giornata. Consiglio la sidreria a tutti: molto meglio dell’Oktoberfest.
Un bacio dalla vostra
Maria Paola

Alla scoperta dei Paesi Baschi:
Bilbao

Quiz: che animale è questo? A) un gatto, B) un cane, C) un ornitorinco, D) nessuna delle tre risposte. ('Puppy' di Jeff Koons, Museo Guggenheim, Bilbao)

Carissimi,
il giorno dopo San Sebastián con mio fratello siamo andati a Bilbao a vedere il Guggenheim.
Davanti al museo abbiamo finalmente potuto ammirare il “il gatto gigante fatto di fiori” tanto decantato dal Prof. Altro non è che l’opera “Puppy” di Jeff Koons, ex-marito di Cicciolina.

Siamo stati al ristorante del museo, un bel posto in stile lusso-minimalista. Ho chiesto se potevo mangiare senza glutine e subito la cameriera ha detto di sì.
Abbiamo preso il menu del bistrot. Costa 19 Euro e comprende antipasto, piatto principale, dessert, acqua e vino.
Per noi celiaci hanno:
come antipasto insalata con roast beef di vitella
come piatto principale pomodorini ripieni con risotto di seppia etc. etc.
di dessert mi pare solo macedonia.
Mi è piaciuto tutto molto. La mia insalata poi era decisamente meglio dell’antipasto di mio fratello: la melanzana che gli hanno portato sembrava davvero un cadavere.
Abbiamo preso pure la bottiglia di vino, così poi le opere di arte moderna si capiscono di più. ;-)

Le opere del museo sono interessanti anche se devo dire che altri musei di arte moderna mi hanno colpita di più. Primo fra tutti il Ludwig Forum di Aquisgrana, in Germania, dove ero stata in viaggio di studio.
All’ingresso anche li un’opera di Koons che lo raffigura insieme alla moglie Cicciolina. Ricordo che i miei colleghi si fermarono a quella. Io e un’altra collega invece, battemmo il museo palmo a palmo rimanendo folgorate dalle opere esposte. Era il primo museo di arte moderna che visitavo e rimasi profondamente colpita.
Il caso vuole che sia io che la mia collega, alcuni anni dopo, abbiamo entrambe scoperto di essere celiache! A questo punto si potrebbe dedurre che ai celiaci piace l’arte moderna, se non fosse che al Prof. invece non piace.

Al ritorno a Vitoria-Gasteiz ho chiesto al collega cinese (quello che fa arti marziali, capelli lunghi, molto cool):
“Hai visto che bello il gatto gigante fatto di fiori all’ingresso del Guggenheim?”
Lui: “No, non l’ho visto”.
Io: “Come sarebbe a dire non l’hai visto?” (sbracciandomi) “È una cosa enorme, all’ingresso! Impossibile non vederlo”.
Lui (lievemente imbarazzato): “Non l’ho visto. Forse quando sono andato io non c’era ancora.”
Io (incredula): “E quando sei andato?”
Lui: “Due anni fa.”
Mah.
Vi dirò che ho iniziato a dubitare della salute mentale del mio collega. Com’è possibile non vedere quella cosa enorme più alta di un palazzo? Anche se uno è miope (e il mio collega non lo è), non si può non vederla.
Più tardi ne stavo parlando con l’altro collega cinese:
“Tu l’hai visto il gatto gigante fatto di fiori davanti al Guggenheim?”
Lui ha ridacchiato un po’ timidamente e poi mi ha detto:
“Temo che non sia un gatto, ma un cane.”
Io: “Un cane?? Ora capisco, in effetti era un gatto strano, con quel muso allungato!”.

Ebbene: mi ero lasciata influenzare dal Prof. ed ero convinta anche io che fosse un gatto. Dovete sapere che il Prof., per sua stessa ammissione, è un patito dei gatti.
Lui vede gatti dappertutto. Quando va allo zoo a vedere le tigri, le pantere ed i leoni, torna tutto entusiasta: “Che bei gatti che avevano!”. Da piccolo lo portavano al circo e lui nutriva un’ammirazione sconfinata per “il domatore di gatti”.
Adesso per merito del Prof. i miei colleghi cinesi credono che non sappia distinguere un gatto da un cane.
Saluti
Maria Paola
P.s.: La storia del Prof allo zoo ed al circo è uno scherzo. Perdona, Mauro. So che sei un uomo di spirito. :-)

Alla scoperta dei Paesi Baschi:
San Sebastián

San Sebastián, costa atlantica, 15 gennaio 2011.

Carissimi,
a gennaio mio fratello è venuto a trovarmi nei Paesi Baschi.
In quell’occasione abbiamo battuto due record personali:
1) mai fatto il primo bagno dell’anno così in anticipo: il 15 gennaio!
2) primo bagno in assoluto nell’Oceano Atlantico.
Avevo già fatto il bagno nel Pacifico in Nuova Zelanda alcuni anni fa. A questo punto direi che mi mancano solo l’Oceano Indiano e il Mar Glaciale Artico, e ho completato la collezione. ;-)
Stavo per mettere qua sul blog una mia foto in bikini, circondata da gente in pelliccia che batte i denti, poi ho pensato: meglio di no. Fidatevi, il bagno l’ho fatto.
A dir la verità quel giorno a San Sebastián c’erano 25 gradi al sole e 18 all’ombra (lo so perché una farmacia aveva due insegne: una al sole e una all’ombra). L’acqua però era freddina…
C’erano alcune altre persone che facevano il bagno: un paio di baldi giovanotti, ma soprattutto persone anziane. Mi hanno detto che questi temerari vecchietti fanno il bagno a San Sebastián tutti i santi giorni, anche se nevica o fa burrasca. Dio li benedica.

Dopo le Feste in Italia e con la permanenza nei Paesi Baschi, dove da celiaci si sta benone, devo aver messo su qualche chiletto. Ne ho avuto conferma proprio quel giorno in spiaggia.
Nonostante che fossi una delle pochissime donne in costume da bagno, nonché l’unica con meno di 70 anni, non sono stata abbordata da nessuno!
Addirittura ad un certo punto mi sono passati a fianco dei baldi giovanotti. Non solo non mi hanno neanche notata, ma sono andati ad abbordare delle signore anziane che prendevano il sole poco più in là.
Esperienza a dir poco sconcertante. 8-|
(No, beh dái, questa è inventata… ;-))

La responsabile del gruppo giovani celiaci dei Paesi Baschi, che vive a San Sebastián, mi aveva consigliato alcuni locali. A pranzo siamo stati a quello del Tennis, che si trova sul lato occidentale della baia della Concha. Il proprietario è un simpatico signore che ha la figlia celiaca. Mi sono trovata molto bene, era molto affollato. Non economicissimo, a dire la verità. La sera invece siamo stati in centro al Bide Bide. Non male, un locale tipico con i pinchos, ovvero le tapas dei Paesi Baschi. Ho preso tortilla de patatas e insalata. All’inizio sono state necessarie alcune spiegazioni con la carta “para los cocineros”. Ma hanno preso tutto molto sul serio e sono stati molto attenti.
Ecco l’elenco completo dei locali di San Sebastián consigliati dalla responsabile:
- Zona Ondarreta-Antiguo: Tenis, Kaskazuri, Ezeiza, Mario’s
- Zona Parte Vieja: Sku2, Morgan’s, Juantxo (es de bocatas, pero te lo dan en un plato con cubiertos de plástico para poder llevartelo [n.d.t.: è da asporto, però te lo danno in un piatto con posate di plastica per poterlo portare via]) La Fábrica, Politena, Bide-Luze, Bide-bide
- Zona Centro: Casa Valles, Caravanserai
- Zona Gros: Andramari, Campero
Inoltre Telepizza nella Avenida Tolosa nº 13. Io, avendo provato la Telepizza a Vitoria-Gasteiz, ve la straSconsiglio caldamente (non andateci).

Fantastico il lungomare di San Sebastián. Non per niente là, nel punto migliore, si erano fatti la villa i reali di Spagna (mica scemi). Vi consiglio di salire sul monte Igueldo a godervi la vista sulla città (da li ho fatto la foto del faro).
La sera poi una movida pazzesca con fauna umana interessante che comprende anche varie specie di Brad Pitt.
Ciao
Maria Paola

(fine prima parte, seguirà Bilbao)

Buon anno (bis)

Carissimi,
ieri sera sono andata a festeggiare il Capodanno.
Come dite? Vi avevo già fatto gli auguri a suo tempo? Ora è un po’ tardi?

Ma nooooo, non è tardi: oggi è il Capodanno cinese!
Buon anno del coniglio a tutti!

I miei colleghi cinesi ci hanno invitati a casa loro per l’occasione. Hanno annunciato la cosa con largo anticipo (infatti hanno iniziato a cucinare da domenica scorsa) per cui ho avuto modo di spiegare per filo e per segno la mia situazione.

Ho procurato la salsa di soja Tamari con spiga sbarrata. All’inizio i miei colleghi cinesi erano un po’ scettici, mi hanno detto che la salsa di soia è molto importante e che non tutte sono buone. In pratica per loro usare quella salsa di soia simil-giapponese è come per un napoletano mettere l’emmentaler sulla pizza.
Gli ho detto: vabbé allora a me fatemi la cosa a parte con la mia salsa, tanto io sono contenta uguale.

Poi uno dei colleghi cinesi mi ha annunciato, molto contrito, che avrebbero fatto i ravioli, che sono tipici per il Capodanno, e che io non li avrei potuti mangiare.
Non sia mai! I ravioli cinesi del secolo! (altro che hamburger a Stoccolma) Quando mi ricapita? Subito ho detto che avrei procurato la farina adatta.

Son stata in due negozi biologico-naturisti a cercare la “Farina” (quella per pasta) della Schär. La negoziante: “Ah, la harina de la Sar!”.
Qua dicono “Sar”, che è quasi come SARS e mi sa molto di epidemia…
Nei due posti non ce l’avevano. Mi hanno detto che da loro non la usa nessuno (gli spagnoli tradizionalmente non fanno la pasta in casa) ed era troppo tardi per ordinarla.
Così ho dovuto comprare la farina Schär per dolci (senza zucchero però). Ho letto gli ingredienti ed erano identici a quelli della farina per pasta. Ho pensato: tanto è tutto marketing…

Molto ottimista, sono andata a portare la farina per dolci al collega cinese: “Quella per pasta non c’era. Ma va bene anche questa per dolci. Tanto è tutto marketing! E se affogate tutto bene nella salsa di soia, poi non si sente più nulla. Vai tranquillo!”

Dopo due giorni viene da me il collega cinese ancora più contrito:
“Ieri abbiamo fatto i tuoi ravioli.”
Si torceva le mani e aveva paura di parlare:
“Sono venuti terribili. La tua farina non è per niente come quella di grano.”
(e qua direi che abbiamo fatto la scoperta dell’America)
Io: “Ma lo avete messo il ripieno e li avete affogati bene nella salsa di soia?”
Lui: “Sì, ma erano terribili lo stesso”.
(accipicchia, ma perché dirmi queste cose? Tanto io mica me ne accorgo: per me sono ravioli cinesi e basta)
Io: “E magari l’impasto si rompeva, no? Metteteci un uovo! Vedrete che l’uovo risolve tutto!”
Il collega si è allontanato poco convinto.

Arriva il gran giorno. I colleghi cinesi ci danno un menu, scritto in inglese e cinese: di ben sette portate! Mi dicono che avrei potuto mangiarne la metà. Poi in realtà di portate ne hanno fatte molte di più e quindo per me ce n’erano ben più di sette.
Ed ecco che arrivano i famosi ravioli. Buoni secondo me. Un po’ più arancioni di quelli glutinosi e con un retrogusto di biscotto di mais. Ma, ribadisco, buoni! E siccome hanno cucinato prima i miei di quelli glutinosi (per evitare la contaminazione: che bravi!), subito li hanno assaggiati anche gli altri e sono piaciuti!

L’unico problema è che ad un certo punto Paolo Maldini ha tuffato uno dei suoi ravioli normali nella salsa senza glutine preparata apposta per me.
Mentre il suo raviolo sguazzava beatamente nella mia salsa, gli ho detto che ora non avrei potuto più mangiarla. All’inizio è rimasto basito, e poi era tutto mortificato. No problem: il collega cinese si offre di rifarmi la salsa. Ma non c’è bisogno, visto che ho appena scoperto che mi piace di più tuffare il raviolo nella salsa dei gamberetti, anch’essa senza glutine (per i cinesi un peccato mortale: come mettere il parmigiano sugli spaghetti alle vongole, ma pazienza).

Ah i cinesi! Non mi era mai capitato di conoscere così da vicino dei cinesi.
Venerdi scorso ero già stata a cena da loro. Una cena improvvisata, infatti c’erano solo sei portate.
Ho chiesto al collega cinese: “Ma secondo te qual’è la differenza più grande tra la cultura orientale e quella occidentale?”
Lui ha riflettuto e poi ha risposto: “L’individualismo. Gli occidentali sono molto più individualisti di noi, fanno molte più cose per se stessi. Non è un male, un po’ di individualismo ci vuole. Perché sacrificarsi sempre per la comunità?”

Cosa sia lo spirito di sacrificio dei cinesi l’ho toccato con mano. Avevano messo la polpa di granchio nella zuppa. Siccome la polpa di granchio (o surimi) notoriamente può contenere glutine, volevo leggere gl ingredienti sulla confezione. Il mio collega cinese (lo stesso che aveva trasportato l’enorme tagliere del mio capo) ha frugato per un quarto d’ora nell’immondizia, tra pezzi di carta sporca, ossa di pollo e altre schifezze innominabili, pur di trovarmi la confezione.
La polpa di granchio era senza glutine, ma purtroppo il sacrificio del collega non è servito. Infatti nella zuppa avevano messo la salsa di ostrica, che invece il glutine ce l’aveva.
Io ho apprezzato ugualmente moltissimo il gesto.
E anche i ravioli. Infatti quelli rimasti me li sono presi e ce li ho in frigo…

Baci e ancora buon anno del coniglio a tutti!
Maria Paola

Come scrivere in un blog altrui

Carissimi,
come se non bastassero il mio messaggio sul Brad Pitt giapponese e l’aggiunta, mi sono pure messa a scrivere in un blog altrui:
http://mauroolivieri.wordpress.com/2011/02/01/n-1-bis/comment-page-1/#comment-16

Approfittate per andarvi a vedere questo nuovo blog, ricco di perle di saggezza.
Per chi non lo conosce, l’autore è il famigerato Prof., bersaglio preferito dei miei lazzi sia su queste pagine che sul Forum Celiachia.

Detto questo, buona lettura e buona giornata a tutti.
Maria Paola

Il Brad Pitt giapponese (aggiunta)

Tra colleghi.

Carissimi,
un giorno stavamo commentando tra colleghi la somiglianza del mio collega colombiano con Brad Pitt.
Ad un certo punto la collega basca:
“A me mi hanno detto che sono uguale a Sandra Bullock.”
Il collega francese: “Io invece sono identico a Paolo Maldini.”
A quel punto si sono tutti girati verso di me: “E tu a chi somigli?”
Io: “Io? Ehm… A nessuno. :-( Io sono normale.”

In verità tempo fa mia mamma mi aveva detto che ho un che di Julia Roberts in Pretty Woman (magaaaari). Siccome ogni scarrafone è bello a mamma sua, non ho dato gran peso.
Una volta, per giunta, mia mamma ha visto la foto della mia carta di identità e mi ha detto: “Sei venuta molto bene in questa foto. Lo sai a chi somigli?”
Io: “A chi?”
Lei: “A Hillary Clinton!”
Secondo lei mi stava facendo un complimento.

Direi che bisogna decidersi: o somiglio a Julia Roberts o a Hillary Clinton. Non è che siano proprio uguali uguali.
In ogni caso con i miei colleghi, tra Brad Pitt, Sandra Bullock, Paolo Maldini e Julia Roberts/Hillary Clinton/Valderrama, siamo proprio un bel gruppo!
Ciao
Maria Paola

Il Brad Pitt giapponese

Carlos Valderrama. Gol nella nazionale colombiana: undici. Presenze in nazionale: centoundici. Capelli: non pervenuto.

Carissimi,
dovete sapere che ho un collega colombiano.
Voi direte: cosa c’entra con questo “il Brad Pitt giapponese” del titolo?
C’entra, c’entra. Abbiate pazienza.

Dicevo, ho un collega colombiano al quale sto molto simpatica. Tra i suoi connazionali, più che Shakira, probabilmente gli ricordo Valderrama (per motivi puramente tricologici: a calcio sono una schiappa). Quando il mio collega mi vede, si commuove e pensa alla sua patria lontana.

Con me è sempre molto premuroso. L’altra settimana ad esempio eravamo con tutti i colleghi in un locale tipico. In quelli dove ti servono lumache, interiora … (e qua chiudo la descrizione per non impressionare troppo i vegetariani). Ad un certo punto mi sono allontanata dal tavolo per spiegare al cameriere come non ammazzarmi i villi. Il mio collega, premurosissimo, è subito accorso per aiutarmi con il suo spagnolo madrelingua.

Un altra sera mi ha chiesto: “Ma per questa cosa che hai tu [la celiachia n.d.a.] non c’è una cura?”
Io: “Ehm, cura in che senso? Cioè, beh sì, è la dieta senza glutine.”
Mio fratello, che era in visita, subito mi è venuto in aiuto. Spiegando che le cure in medicina sono rare. Per la maggior parte delle condizioni non c’è una cura, ma c’è la terapia. Nel nostro caso, miei cari lettori, la terapia è la dieta senza glutine.
Non fa una grinza.

Con il mio collega colombiano un bel giorno abbiamo deciso di fare le arepas. Si tratta di focacce tipiche della Colombia e del Venezuela, fatte di farina di mais e pertanto molto adatte per noi celiaci (volete saperne di più? Chiedete a Zia Wikipedia).
Io avevo imparato a farle da un’amica venezuelana, che avevo conosciuto nel primo periodo della diagnosi (era addirittura presente nel momento in cui mi telefonarono per dirmi che ero celiaca).

Così sabato sera abbiamo invitato tutti a casa mia per le otto. La sera prima il mio collega colombiano mi aveva detto: “Ti chiamo io domani, così vengo a casa tua, facciamo la spesa e cuciniamo”.
Alle sei però non si era ancora fatto vivo. Inizio a preoccuparmi e lo chiamo: cellulare spento.
Oddio, ho pensato, non è che adesso mi tira il bidone! Immaginavo la gente che arriva e niente arepas (bella figura). In tal caso avrei attivato il piano B: riso bollito per tutti (beh, no, scherzo, avrei fatto di meglio…).
Proprio in quel momento scorgo dall’undicesimo piano una figurina piccola piccola che si avvicina lungo la strada: era lui! (sospiro di sollievo).

Alle otto iniziava ad arrivare la gente, ma noi stavamo ancora cucinando. Così man mano che la gente veniva, la mettevamo a lavorare in cucina (affollatissima).
Ad un certo punto, mentre il colombiano era impegnato ai fornelli, io impastavo le arepas. Un impasto grossissimo e durissimo. Ma pur sempre un gioco da ragazzi per i miei bicipiti, allenati dalla pentola a pressione.
Un collega cinese, invece, tagliava una montagna di cipolle sulla tavola regalatami dal capo (sono riuscita ad usarla, chi l’avrebbe mai detto?). Il collega cinese piangeva come una fontana e si lamentava del coltellino con il manico di plastica che gli avevo dato per tagliare le cipolle.
Rimpiangeva il coltello che aveva a casa sua: una mannaia stile film dell’orrore, che se l’avessi in casa io non dormirei la notte.

Incredibilmente ad un certo punto siamo riusciti a preparare tutto. Abbiamo mangiato. Tutto buonissimo, proprio una bella serata.

Bene, direi che questo è tutto.

Ah no, beh, scusate. Dopo che avete pazientato tanto bisogna che vi dica cosa è questa storia del Brad Pitt giapponese!

Ebbene, la cosa più sorprendente del mio collega colombiano è questa: ha abitato per diversi anni in Giappone e le ragazze giapponesi gli dicevano che era (udite udite) uguale a Brad Pitt!
Lui ride raccontando questa cosa (infatti assomiglia a Brad Pitt quanto me, ma si sa che le giapponesi hanno una percezione distorta).

La vostra
Maria Paola

Gli additivi misteriosi

Carissimi,
nel periodo di permanenza a Praga sono diventata molto brava a leggere le etichette in ceco. All’inizio non sapevo una parola di ceco, ma alla fine capivo tutti gli ingredienti anche senza vocabolario. Si trattava soprattutto di conoscenza passiva: se mi chiedete come si dice in ceco “farina di semi di carrube” non so rispondervi, ma se lo vedo scritto lo riconosco subito.
L’unico nome che mi è rimasto impresso è Kyselina Citronova, che sembra il nome di una grande tennista. Invece vuol dire acido citrico.

Nei Paesi Baschi gli ingredienti sono in spagnolo ed io lo avevo studiato un sacco di tempo fa. Anzi, ho pure continuato a leggere libri in spagnolo di tanto in tanto: il mio autore preferito è Julio Cortázar (scrittore argentino) e la mia figura letteraria preferita è Don Juan (per motivi molto diversi dalle caratteristiche che normalmente si attribuiscono a questo personaggio; ma lasciamo il tema che è troppo off topic…).

Voi direte: visto che parlo lo spagnolo, leggere le etichette in Spagna sarà un gioco da ragazzi.
E invece non è così. Anche gli additivi spagnoli possono nascondere delle insidie…

Me ne sono accorta all’arrivo in Spagna, quando ho fatto scalo all’aeroporto di Barcellona (il più moderno, pulito e grandioso che io abbia mai visto).
Sono entrata in un negozietto per comprarmi qualcosa da mangiare. Volevo uno yogurt alla frutta e capivo tutti gli ingredienti, tranne uno: nata. Cosa sarà mai questa “nata”?
Ho chiesto ai negozianti. La mia domanda li ha lasciati molto perplessi. Ho spiegato allora che avevo un’intolleranza alimentare. Loro: quale? Io: al glutine.
La negoziante allora: “Noooo, allora questo non lo può mangiare perché non è certificato!”
Mi veniva da ridere. Pensavo: benvenuta in un paese dove il prontuario tiene conto delle contaminazioni!
Insistevo: “Perbacco, ditemi cosa caspita è questa ‘nata’!”
La negoziante: “Nooooo. E se poi lei si sente male qua? Non lo può mangiare!”
Insomma, non c’è stato verso, ho dovuto rimettere lo yogurt a posto.
In seguito ho chiesto alla mia coinquilina: mi ha detto che “nata” vuol dire panna.
E vabbé.

Un’altra volta, al supermercato volevo comprare le olive nere. Ce n’erano di due tipi: su un tipo c’era scritto “con hueso” e sull’altro no.
Cosa sarà mai questo “hueso”? Avrà il glutine? Meglio evitare: ho preso quelle senza.
Per sicurezza ho letto gli ingredienti: olive, acqua, sale e gluconato ferroso (che mi fa tanto bene a me che sono anemica). Bene, ho pensato, questo hueso non c’è: le prendo.
Più tardi mi è venuto in mente che “hueso” vuol dire osso…

Etichette a parte, in spagnolo poi ci sono tanti falsi amici con l’italiano.

Ad esempio: al ristorante con mio fratello, abbiamo chiesto che dessert c’era per me.
Il cameriere ha risposto: “La pigna”.
Sicuramente senza glutine, però un po’ dura, eh! Specialmente se uno la mangia a morsi.
In realtà, “piña” (si scrive così) vuol dire ananas. Io lo sapevo, ma mio fratello si è divertito. E, se ci pensate, l’ananas e la pigna si assomigliano.

Quando poi stavo arrivando in Spagna in aereo, durante il volo mi son presa un colpo. Ad un certo punto una voce imperiosa all’altoparlante ha detto “Vuestro destino es Barcelona!”
Oddio, davvero? Ti prego non dirmelo così!
Poi sul volo da Barcellona a Bilbao ha detto “Vuestro destino es Bilbao!”
Ebbé però, decidiamoci! Qual’è il mio destino, Bilbao o Barcellona? Poco affidabili questi oracoli (in realtà, come avrete capito, “destino” vuol dire destinazione).

Restiamo in tema: per salvare un file sul Windows spagnolo si deve cliccare su “guardar al destino”. Ogni volta un tuffo al cuore: oddio, no, non voglio vedere il mio destino!

Un’altra cosa che mi piace da matti è la “peluqueria de caballeros”. Ci passo davanti tutti i giorni e vuol dire “parrucchiere per uomo”. Ma a me viene in mente un posto dove fanno parrucche per cavalieri medievali…

Besos a todos
Vuestra
Maria Paola

Detto spagnolo

Carissimi,
la mia capa poco fa ha offerto a chi li voleva dei pezzi di torta nella stagnola.
Pensiero gentile, ma io ho preferito rinunciare: si sa che devo tenere la linea, altrimenti chi li sente i Brad Pitt!
(no, beh, in realtà la torta non l’ho presa per un altro motivo che potete immaginare, non sono così attaccata all’estetica).

Come se non bastasse la capa ha pure tirato fuori un detto spagnolo:
“ogni figlio nasce con un pane sotto il braccio”.
Vuol dire che ogni bambino porta ricchezza alla famiglia.

Noi invece siamo nati con la baguette della Schär.
Maria Paola

Alla larga da Telepizza

Carissimi,
se vi capita di trovarvi in Spagna vicino ad una pizzeria della catena Telepizza, vi consiglio di evitare questo posto come la peste.

Io ci sono andata avant’ieri, perché mi avevano detto che avevano due tipi di pizza senza glutine: con pancetta e prosciutto e ai quattro formaggi.
Ho ordinato la pizza pancetta e prosciutto e da bere una fanta. La fanta la prendo una volta all’anno e, casualmente, quel giorno era proprio avant’ieri.

Già prima che mi portassero la pizza il locale mi aveva fatto brutta impressione: squallidissimo.
Inoltre mentre aspettavo mi sono dovuta sorbire in televisione il finale di un vecchio film western, con tanto di ressa nel saloon. L’eroe del western era un tizio ridicolo con i capelli blu. Sembrava che avesse messo troppa azzurrina (in realtà si trattava di un film in bianco e nero colorato successivamente).
Come se non bastasse, la ballerina del saloon parteggiava per il tizio dai capelli blu e non per un altro tizio decisamente più decoroso.

Finalmente arriva la pizza: bruciata fuori e cruda dentro.
Non vi dico cosa sembrava il formaggio, perché magari c’è Marany che legge mentre sta pranzando… La pasta poi era dolciastra.
La palma d’oro alla pizza peggiore di tutti i tempi.
Ho persino rimpianto quella di Praga (il che è tutto dire).

E pensare che la responsabile dei giovani celiaci baschi mi aveva scritto che la pizza di Telepizza non era certo all’altezza di quella italiana che aveva mangiato a Brunico, che era buonissima.
Poteva dirmi direttamente: la pizza di Telepizza fa schifo. Così evitavo di andarci.

Ora siete avvertiti.
Ciao
Maria Paola

Dove osano i celiaci

Carissimi,
scrivendovi il messaggio sull’osteria del coboldo mi è venuta in mente una cosa.

Spesso i locali per noi sono dei posti un po’ equivoci, poco raccomandabili. Locali dove non metteremmo mai piede se non fossimo celiaci. Eppure ci andiamo lo stesso.

Armati di nervi saldi e sangue freddo (e magari anche con lo spray al peperoncino e il mattone nella borsa) ci addentriamo nelle periferie più remote e nei centri commerciali più alienanti.
Ci sediamio a tavolini con i fiori finti e ci spariamo tre ore di Albano e Toto Cutugno.

Tutto questo pur di mangiare l’unica pizza senza glutine nel raggio di cento chilometri (che magari non è neanche un gran che, ma è pur sempre l’unica che c’è).

Per me, per lo meno, è spesso così.
Maria Paola

L’osteria del coboldo

Carissimi,
l’altra sera, come spesso succede, era venerdì sera.
Siccome la mia coinquilina si ostina a proseguire la vacanza in Australia, i miei colleghi non sono ancora tornati ed io ancora non conosco nessun altro, mi sono detta:
“Maria Pa’, senti, stasera usciamo noi due.” E così sono uscita con me stessa.

Sono andata in un locale vicinissimo a casa mia, scovato su un forum di celiaci spagnoli. Non avevo idea di cosa offrissero: sul forum una persona aveva scritto solo che era grata all’Associazione Spagnola per l’esistenza di questo locale. Vabbé. Vamos a ver (vediamo).

Il locale si chiama “La posada del duende”, in italiano “L’osteria del coboldo” (un nome, un programma), ed è un locale molto, ma molto alla buona.
Il cameriere infatti è una via di mezzo tra The Big Lebowski e Javier Bardem in “Non è un paese per vecchi”.

Mentre ero li da sola che aspettavo la cena, mi sentivo un po’ in imbarazzo: tutti mi guardavano ed io li con le mani in mano non sapevo che fare. “Accipicchia” ho pensato “potevo almeno portarmi il libro di Patti Smith”, regalatomi per Natale da una persona molto cara.
Fortunatamente ad un certo punto è comparso in televisione José Mourinho (ex allenatore dell’Inter, ora Real Madrid). Recentemente si è preso cinque pere dal Barcellona, e adesso stava pure cadendo nella panchina delle riserve. Ma è pur sempre un Brad Pitt ed è un piacere vederlo.

Finalmente arriva la mia cena. A dir poco poderosa: in pratica la porzione di carne per tutta la settimana. Hamburger, una generosa quantità di pancetta e due uova fritte. Con contorno di patatine. Una roba da far schiattare Pantagruel. C’era anche un panino senza glutine molto cingommoso e la mia prima Estrella in terra di Spagna.
Ho mandato mentalmente a quel paese tutti i Brad Pitt del mondo e mi sono spolverata tutto sino all’ultima briciola.
Quando ho finito, si è avvicinato il mio Lebowski-Bardem tutto cerimonioso e mi ha chiesto se volevo dell’altro. Io: “No, no, basta, per favore!”.

Dopo cena sono uscita a fare un giro per digerire (ci voleva). Dovete sapere che qua a Vitoria la sera c’è una movida pazzesca: un sacco di gente per strada sino a tardi. Gente di tutte le età: da zero a novantanove anni. Alle undici di notte Piazza di Spagna era piena di bambini che giocavano scatenati. Mentre i loro coetanei tedeschi sono a dormire già da tre ore (non sto scherzando).
È stato un gran bel giro e sono tornata a casa stanca e soddisfatta.
Saluti da Gasteiz
Maria Paola

Buon anno

Carissimi,
nonostante tutte le intossicazioni da glutine, il 2010 mi è piaciuto così tanto che l’avrei prolungato ancora un po’.
Infatti avevo chiesto una proroga di tre mesi, ma, a quanto ho visto oggi, non mi è stata concessa.
Ne prendo atto.
E auguro a tutti un felice 2011!
Maria Paola

Come convincere la propria coinqulina a stare attenta alle contaminazioni, ovvero vita sul pianeta Toxic

Carissimi,
vi sarete chiesti come ho fatto a convincere la mia coinquilina a stare attenta alle contaminazioni in cucina.
Innanzitutto devo dire che la mia coinquilina è una persona eccezionale. Davvero. Non poteva capitarmi una coinquilina migliore!
Tuttavia, di celiachia era piuttosto digiuna, per cui all’inizio le ho detto:

Immagina di abitare su un altro pianeta, dove gli alieni si cibano prevalentemente di funghi velenosi. Con questi funghi velenosi fanno tutto: pasta, pane, torte e chi più ne ha più ne metta.
I terrestri su questo pianeta non hanno vita facile: sono rari i ristoranti che limitano l’uso dei funghi velenosi e persino i prodotti per terrestri ne contengono una piccola quantità per via della cross-contamination.
Non parliamo poi dei discorsi degli alieni:
Primo alieno: “Ma quanto sono fissati questi terrestri! I funghi velenosi non hanno mai fatto male a nessuno!”
Secondo alieno: “Dev’essere una moda. Io quando cucino per un mio amico terrestre un po’ di funghi velenosi glieli metto sempre. Lui non se n’è mai accorto!”

Ecco, ho detto alla mia coinquilina, la mia situazione sulla terra è esattamente la stessa.
L’unica differenza è che io per il glutine non muoio all’istante, come avviene per i funghi velenosi, ma lentamente.

Il discorso ha funzionato. La mia coinquilina ha subito acconsentito a separare alcuni attrezzi di cucina. Ho comprato un colatutto (colapasta, colabrodo e colino tutto in uno) e un cucchiaio di legno a mio uso esclusivo.
Non perché io pensi che questi attrezzi, ben lavati, non si possano usare, ma per praticità: se la mia coinquilina sciacqua velocemente il colapasta e lo rimette a posto (come spesso si fa oppure per fretta o per dimenticanza) io non mi devo preoccupare: uso il mio e buonanotte.

Volevo comprare anche un tagliere. L’ho raccontato al mio nuovo capo, che mi ha detto: “Non ti preoccupare! Il tagliere te lo procuro io. Ho un sacco di tavole di legno nella casa di campagna”.
Io: “Va bene, ma che non sia troppo grande: diciamo formato A4″.
Lui: “No problem, ho tutte le misure.”

Dopo alcuni giorni ero a casa del mio capo e lui mi dice:
“Ti ho portato il tagliere, ma è un po’ più grande di quello che pensassi…”
Più che un tagliere era una tavola da surf: dieci chili di legno massiccio distribuiti su una superficie di un metro quadro.
Gli ho detto: “Accipicchia. Con questa mi sembra che mi devo mettere a fare la pasta in casa, come faceva mia nonna!”.
Lui (fregandosi le mani): “Bene bene. Così mi porterai qualcosa.”
Probabilmente conoscete tutti il proverbio logudorese “Ainu carra pazza, ainu si la frazza” (l’asino porta la paglia e l’asino se la mangia), che si dice quando uno fa un regalo interessato.

Eroicamente, si è offerto di trasportarmi “il tagliere” uno dei miei colleghi cinesi (no, non lavoro in una fabbrica clandestina).
Poveretto, dovevate vederlo come sudava sotto quella tavola più grande di lui.
Appena l’ha vista la mia coinquilina, è scoppiata a ridere. Subito mi ha concesso uno dei suoi taglieri a uso dedicato. Che anima gentile.
Mi verrà in mente come utilizzare la tavola del mio capo. Forse mi metto davvero a fare gli gnocchi.

Un abbraccio a tutti,
Maria Paola

La mia foto???

Carissimi,
in seguito al mio messaggio al forum celiachia, nel quale annunciavo il mio blog, alcune persone mi hanno scritto in privato chiedendomi di mettere una foto perché sono curiosi di vedermi.

Forse vogliono sapere se ho l’aspetto tipicamente celiaco: ossuta, con ventre prominente e gambe arcuate, colorito giallastro. Unico particolare affascinante: gli occhi cerchiati di nero come le attrici di cinema muto.
Ognuno ormai si sarà fatto la sua idea.

A queste persone volevo dire: io preferirei restare anonima, perché nella vita reale di ammiratori (e di stalker) ne ho già a sufficienza. Tuttavia, visto che insistete, vi metto un link ad una mia foto:
-> cliccate qui <-

Ora spero di non essere sommersa da proposte di matrimonio.

;-)
Baci
Maria Paola

Sono qui…

Carissimi,
dopo un rocambolesco viaggio di duemila chilometri, durante il quale ho preso tre taxi, due aerei e un autobus, sono finalmente arrivata nella mia nuova destinazione.
Eccomi in Euskadi. Più precisamente nella capitale Gasteiz.

Come dite? Questo posto non esiste? Se lo ha inventato Maria Paola?
No, no. Esiste, esiste (a volte la realtà supera la fantasia). Ed io sono proprio li.
Euskadi è il nome in lingua locale dei Paesi Baschi.

Dove poteva finire la vostra Maria Paola se non nel covo dei terroristi? Nella regione con il più alto numero di guardie del corpo per abitante? E speriamo che tutte queste guardie del corpo siano dei Brad Pitt (o quantomeno dei Kevin Costner) altrimenti sono messa proprio male male.

Attualmente abito con una tedesca che fa danza del ventre (il che è di per sé una cosa straordinaria). Forse dovrei farmela insegnare questa danza del ventre. Darebbe una mossa, una botta di vita ai miei villi, provati dall’esperienza praghese.
La mia danzatrice del ventre è stata carinissima: all’arrivo mi ha preparato una cena tutta gluten free. E nessun problema in cucina: ha accettato di buon grado tutte le accortezze per evitare le contaminazioni.

Dovete sapere che io abito sempre nel quartiere di minoranze perseguitate. A Monaco abitavo nel quartiere omosessuale e a Praga nel quartiere ebreo.
Probabilmente questo è il quartiere dei dissidenti antinazionalisti. Bisogna che mi informi.

Intanto nei bagni del mio luogo di lavoro ho scoperto delle scritte bellicose. E non parlo solo delle scritte a pennarello sulle porte, ma di cartelli ufficiali. Guardate un po’ questo cartello. Dice qualcosa come di non dimenticarsi di tirare la bomba (non sia mai che ce ne dimentichiamo!). E la versione in basco mi pare ancora più eloquente: l’azione è rivendicata da una famosa organizzazione. Vedere per credere:

E già, a proposito del basco: questa sí che sembra una lingua inventata di sana pianta. Il ceco in confronto era ragionevolissimo, con le sue desinenze quasi latine.
Comunque questo basco mi intriga parecchio. Vorrei impararlo. Spero di riuscire a trovare un corso adatto per me.

Ora vi saluto che devo andare ad un evento organizzato dall’EZE, la Euskadiko Zeliakoen Elkartea ovvero l’Associazione dei Celiaci dei Paesi Baschi
http://www.euskadikozeliakoak.org/
dove incontrerò la responsabile del gruppo giovani.
Chissà quanti bomboloni senza glutine. Non vedo l’ora.

Voi intanto non preoccupatevi per me: me la caverò. Come sempre.
Laster arte (= a presto)
Maria Paola