Cronache ospedaliere: il ritorno

Torna il nostro reduce del Vietnam, più agguerrito che mai.


(CONTINUA DALLA QUARTA PARTE)

Mi era venuta la temibile emorraggia post-operatoria.
Sconvolta, andai subito a svegliare i miei.

Vedendo tutto quel sangue nel lavandino, mio padre disse:
“Ih! E cosa vuoi che sia? Quando ho avuto quell’emorraggia allo stomaco, ho perso molto più sangue. Mi avevano dovuto fare due trasfusioni!”
Poi guardò nella mia gola con la pila per vedere dov’era l’emorraggia, mi mise il ghiaccio sul lato giusto del collo e, infine, telefonò alla clinica.
Nel frattempo io, tremante, con una mano mi tenevo il ghiaccio sul collo e con l’altra reggevo il bicchiere nel quale sputavo il sangue. Contemporaneamente mi tiravo su i jeans sopra il pigiama. Meglio lasciarlo sotto, nel caso mi avessero trattenuta in ospedale.
Era notte, notte fonda.
In quattro e quattr’otto ero in macchina e in men che non si dica di nuovo in clinica: salve a tutti, chi non muore si rivede.

Siccome l’emorraggia non bastava, la dottoressa mi fece tre prelievi di sangue. In quel momento stavo per svenire. Vedendomi così, mia mamma stava per svenire ancora di più.

E così eccomi di nuovo in un letto della clinica. Quella notte non riuscii a chiudere occhio. Era troppo grande lo sconforto di trovarmi di nuovo li. Non potevo crederci. Mi avevano messa nella camera dei bambini, alle finestre c’erano Bambi, Tippete e il trenino: magra consolazione.
Con la mano tenevo sempre il ghiaccio sul collo, avevo terrore che l’emorraggia si ripresentasse. Oppure che l’anticoagulante che mi avevano iniettato, in combutta con la flebite, causasse qualche embolo vagante.
Indecisa tra le due preoccupazioni, piansi. E poco prima dell’alba mi addormentai di un breve sonno.

* * *

La mattina dopo feci conoscenza con la mia compagna di stanza.
Era una signora di sessantotto anni, molto simpatica. Somigliava molto alla brunetta dei Ricchi e Poveri. Solo che lei stava ore al telefono con la mamma novantenne e parlava un sardo strettissimo, tutto infarcito di ehi, ohi e ahi.
L’avevano operata di urgenza quella notte. Mi raccontò che aveva un grosso coagulo di sangue dietro all’occhio. Questo coagulo le aveva spinto l’occhio in fuori e le faceva vedere doppio. Secondo lei era dovuto ad un colpo d’aria. Sul pericolosissimo colpo d’aria, fenomeno tipicamente italiano, vi consiglio di leggere questo articolo in inglese: ->-> cliccate qui<-<-.

La mamma novantenne (Dio la benedica) le portava tutti i giorni il pranzo in clinica.
Io invece dopo l’emorraggia dovevo ripartire da zero: non potevo né mangiare, né bere, solo flebo.
Quel giorno la mamma le portò i carciofi con patate. Oddio quanto mi piacciono i carciofi con le patate!
E così, mentre ero attaccata alla flebo, la mia compagna di stanza banchettava allegramente con i carciofi. C’era un profumino da svenire.
Lei: “Vuoi assaggiare?”
Io (tristissima): “Non posso.”
Lei: “Ah, già, è vero, dimenticavo che non puoi.”
Io (sognante): “A casa mamma però dei carciofi mi dava il brodino.”
Lei (premurosa): “Se vuoi, te lo lascio.” E nel mentre sbocconcellava una fragrante focaccia glutinosa, seminando briciole dappertutto.
Io (deglutendo, mentre una lacrimuccia mi scendeva sulla guancia): “No, no, grazie, non si preoccupi.”

Il giorno dopo la mamma le portò la pasta e di secondo le polpette al sugo. Oddio: gli spaghetti con le polpette sono il mio piatto preferito! Come in Lilli e il Vagabondo. Avete presente?

Una parente in visita alla signora mi chiese: “Lei non mangia?”
Indicai la flebo: “Questo è il mio pranzo.”
La parente: “Ma sazia?”
Come no!

Una sera venne a visitarmi il chirurgo greco, considerato il più gran Brad Pitt del reparto. La mia compagna di stanza ne tesseva le lodi: “Sembra il colosso di Rodi!” Io non l’avevo mai visto e pensai: “Beh, meno male che viene a visitarmi, almeno non sono tornata in clinica per nulla.”
Dopo la visita mi chiese: “La gola le fa male?”
Io: “Non più. Dopo l’emorraggia mi sono passati tutti i dolori.”
Lui rise: “Si è spaventata così tanto?”
Chissà.
In ogni caso mi era andata bene. Nel peggiore dei casi, se l’emorraggia non cessa, ti rimandano in sala operatoria. Per me non ci fu bisogno.

Intanto facevo progressi: prima il gelato, poi il budino, poi gli omogeneizzati (la mia passione…). E la mia compagna di stanza era una persona interessante: aveva girato il mondo con i punti raccolti vendendo lavatrici. Tredici crociere in tutti i mari, viaggi a Bangkok, New York, Acapulco, Shanghai… Aveva viaggiato così tanto che faceva un po’ di confusione con la geografia. Tipo la Sierra Morena in Messico e Lanzarote nelle Baleari…
Ma mi trovavo bene con lei e quasi quasi ero triste il giorno che mi dimisero.
Ma noooo, scherzo! ;-)

Pian piano a casa mi ripresi, mangiavo cibi sempre più solidi e riacquistavo le forze. Ora sto bene. Ho ancora un colorito un po’ verdino, ma passerà.
Ah già, e ho una linea invidiabile. :-)

La mia avventura ospedaliera è finita (alleluia). Eppure c’è un’altra cosa che vorrei raccontarvi.
Quale?
Lo scoprirete nella prossima puntata (e poi vi prometto che chiudiamo con l’argomento ospedale, che ne avrete le tasche piene, e io anche più di voi).
La vostra,
Maria Paola

FINE QUINTA PARTE

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