La pentola a pressione

Carissimi,
dovete sapere che io cucino praticamente tutto in pentola a pressione. Il risotto ad esempio (e qua i milanesi si scandalizzeranno) non lo faccio aggiungendo pian piano il brodo caldo e mescolando per mezz’ora. No, no: io sbatto tutti gli ingredienti nella pentola a pressione, chiudo il coperchio e dopo un quarto d’ora è pronto. Vi assicuro che viene ottimo. Per noi celiaci, che mangiamo il risotto più spesso degli altri, è un metodo utilissimo.

Questa cosa della pentola a pressione l’ho presa da mia madre, che ne ha una grande collezione, soprattutto pentole della Lagostina degli anni ’70 e ’80.
Un giorno mia mamma ha detto: “Noi abbiamo più pentole a pressione di quanto certa gente abbia capelli in testa.”
Da allora mi immagino un tizio con le pentole a pressione in testa. L’idea mi piace.

Adesso non vorrei fare pubblicità occulta per la Lagostina, ma da poco mia mamma ha comprato una pentola della Aeternum e quando la usa ne esce sempre la guarnizione! Mio fratello ha commentato: “Questa non è una pentola Aeternum, è una Provvisorium.”

A proposito di mio fratello, da poco è venuto a trovarmi qua nei Paesi Baschi. L’ultima sera, siccome lui l’indomani doveva alzarsi prestissimo per partire, volevamo mangiare a casa per fare prima. Io avevo una minestra di ceci già pronta alla quale dovevo aggiungere solo la pasta. E l’ho cotta dove? (indovinate)
Bravi: in pentola a pressione.

Questa pentola l’ho comprata qua nei Paesi Baschi ed è un modello simil tedesco, con il manico lungo ed il fondo spessissimo. Più che una pentola sembra un carro armato, ma funziona a meraviglia. L’unica cosa è che per aprirla e chiuderla ci vuole l’Incredibile Hulk.
Infatti, quella sera, dopo aver messo la pasta nei ceci, non riuscivo più ad aprire la pentola! Tira qua e tira di là, non ci riuscivo proprio. Era incastratissima.

Arriva mio fratello in cucina: “Ceniamo?”
Io: “Non riesco ad aprire la pentola.”
Cerca un po’ anche lui di aprirla e poi dice: “Dai, lascia stare, lo facciamo dopo cena.”
Io: “Ma la cena è qua dentro!!!”

E allora eccoci tutti e due a tirare la pentola, lui da una parte ed io dall’altra. Ma niente.
Ad un certo punto inizia ad uscire il liquido da uno spazio sotto il coperchio. Mio fratello: “Dai, cerchiamo di tirare fuori la minestra da quel buco.” Giù a ridere tutti e due.

Comunque subito mi è passata la voglia di ridere: tira e ritira questa benedetta pentola non si apriva. Ero disperata.
Già mi vedevo mentre spedivo la pentola all’assistenza con tutta la minestra dentro (così poi se la mangiano loro, pensavo).
Mio fratello: “Ma non sei contenta? Così poi questa cosa la scrivi nel blog.”
Io: “Contentissima. Siccome non ho abbastanza argomenti!”

Dovete infatti sapere che io, per non dimenticarmi le storie da scrivere nel blog, annoto i titoli su un foglietto. Aspettate che li conto, così vi dico quante storie ho da scrivere.

Ne ho contate sedici, di cui una a puntate (non sto scherzando).
Quando avrò mai tempo di scrivere tutta questa roba? E tra poco per lavoro dovrò pure andare per un paio di settimane nella Perfida Albione. Chissà là quante me ne capitano!
Siccome non ho tempo, spesso pubblico le storie molto tardi. A volte sono così vecchie che poi non sono più attuali. Non so se avete notato che tre giorni dopo il messaggio sulla liberazione dalla schiavitù, la schiavitù era già tornata!

Ma torniamo alla pentola a pressione incastrata! Dicevo, mio fratello ed io la tiravamo da tute le parti, ma niente. Ad un certo punto mio fratello dice: “Ce l’hai un martello?”
Io: “Come prego?”
Lui: “Sì, dài prendiamola a martellate. Tanto cosa abbiamo da perdere?”
Fortunatamente non abbiamo trovato un martello in casa.
Poi, chissà come, quando ormai avevo perso ogni speranza, ho osservato di nuovo il tappo e senza capirci un tubo del meccanismo, ho fatto inconsciamente la mossa esatta e la pentola si è aperta.

Minestra mangiata.
Tutto a posto.
(Mi dispiace solo per quelli dell’assistenza che sono rimasti a bocca asciutta. Infatti la minestra era ottima)

Saluti
Maria Paola