Cronache ospedaliere:
i pericoli pubblici

(CONTINUA DALLA TERZA PARTE)

Ah, gli infermieri. Anche loro erano tipi interessanti.
Il più forte era sicuramente l’infermiere degli sconti. Quando non avevi finito la flebo, siccome non aveva voglia di tornare dopo a togliertela, ti diceva “Le faccio lo sconto!” e te la toglieva subito. Così un giorno stava per scontare alla mia compagna di stanza mezzo antibiotico. Lei: “No, questo non me lo sconti, che mi fa bene.”
Adesso qua ridiamo e scherziamo, ma quello era un uomo pericoloso. Un giorno suonai il campanello perché mi sembrava che il mio braccio con la flebo fosse gonfio. Che fortuna: venne proprio lui.
“Ma no, è normale!”, mi disse, “Lei ha la cannula verde, quella lunga, che arriva sin qui. È così che dev’essere”. Io non me ne intendevo e li per li mi fidai. Poi lasciata la clinica venne fuori che avevo la flebite! Neanche l’infermiera che mi tolse la cannula alla dimissione mi disse niente.
Anche quella te la raccomando! Un giorno mi stava lasciando mezzo metro d’aria nel tubo della flebo. E meno male che me ne accorsi io e le dissi di togliermela.
In ospedale bisogna stare sempre sul chi vive. Se ti distrai un attimo questi ti ammazzano.

Tra gli infermieri pigri ce n’era anche un’altra. Un giorno le chiesi di staccarmi un attimo la flebo per andare in bagno. Per non dover tornare a riattaccarmela, mi mandò in bagno con tutto il trespolo. Non vi dico le acrobazie.

Comunque tutte le altre infermiere erano semplicemente grandiose: premurose, attente e professionali. Ce n’era una poi, carinissima, che girava con un’uniforme stile anni cinquanta. Sembrava uscita da Addio alle armi di Hemingway.

Con la mia compagna di stanza facemmo il pieno di queste grandi esperienze, finché un giorno ci dimisero. E meno male. Altrimenti penso che saremmo evase dalla finestra calandoci giù dai tubi della flebo.

E così finalmente ero a casa mia. Dovevo mangiare solo pappette fredde, farmi quattro volte al giorno l’impacco sul braccio per la flebite, prendere antibiotici in dosi da elefante, ma almeno ero a casa.

Dopo circa una settimana ci fu la visita di controllo.
Il Professore ricordò le mie tonsille con orrore: “Erano brutte, moooolto brutte.” Ed è uno che ne ha viste tante e se ne intende. Poi mi guardò in gola e disse che avevo “Una spleeeendida cicatrice.”
Che bello! Allora l’intervento estetico era riuscito.
Infine mi disse che ora potevo mangiare anche la pasta scotta. Scotta e fredda, per la precisione.
La pasta scotta? La pasta scotta???
Ma era fantastico! Non potevo crederci.

Tornai a casa tutta contenta. Per cena mi feci i soliti frullati e omogeneizzati. “La pasta domani a pranzo”, pensai.
Erano passati nove giorni dall’intervento. Quella notte andai a letto e, appena poggiata la testa sul cuscino, sentii un liquido caldo in gola.
Andai in bagno. Dalla mia bocca usciva sangue rosso vivo in abbondanza: un’emorraggia.

(FINE QUARTA PARTE)