I racconti di Canterbury

Carissimi,
sono stata a Canterbury, nel sud est dell’Inghilterra, ben cinque volte.
La prima volta addirittura in un era pre-celiaca: in vacanza studio a 15 anni. Abitavo presso una famiglia inglese che mi dava tutti i giorni il packet lunch (chiamato da noi studenti “pranzo al lancio”). Il lauto pasto consisteva in:
- patatine all’aceto
- bibita molto chimica
- sandwich con fetta di salame fucsia fluorescente.
Ricordo che toglievo il salame, ma sul pane rimaneva l’impronta fucsia. Non desta meraviglia pertanto che in quel periodo fossi molto magra e avessi sempre fame. Forse però dipendeva anche dalla celiachia non diagnosticata.

Ma insomma, cos’ha di speciale questa Canterbury, che avrà si e no quarantamila abitanti? Beh, innanzitutto i famosi “The Canterbury tales” (I racconti di Canterbury), scritti da Jeoffrey Chaucer nel quattordicesimo secolo. Tutta roba scopiazzata dal Decamerone di Boccaccio, ma a quei tempi si usava così. Anzi, se uno copiava, voleva dire che era colto, perché almeno aveva letto qualche cosa.
“I racconti” parlano dei pellegrini che arrivavano in massa a Canterbury da tutta Europa per rendere onore al grande santo, Tommaso di Canterbury. Tommaso Becket, arcivescovo di Canterbury, era stato assassinato nel 1170 nella Cattedrale da cavalieri agli ordini del re. Il re era Enrico II, babbo di Riccardo Cuor di Leone e Giovanni Senza Terra (quelli di Robin Hood, per intenderci).
L’assassinio in un luogo sacro fece scalpore. Si sparse la voce, Tommaso venne proclamato santo e martire e i pellegrini iniziarono ad arrivare da ogni angolo d’Europa. Molti secoli dopo, la vicenda ispirò a T.S.Eliot il dramma “Assassinio nella Cattedrale”. E ancora oggi la devozione per il santo è molto sentita. L’ho visto con i miei occhi partecipando alle due cerimonie annuali nella cattedrale: il 29 dicembre, data della morte, e il 7 luglio, data della traslazione delle reliquie del santo. Il sarcofago originale oggi non c’è più perché, tra le altre cose, è stato distrutto da quel rompiscatole di Enrico VIII (quello con sei mogli, che ne fece uccidere due…).

Adesso penserete che io sia stata cinque volte a Canterbury in pellegrinaggio… Beh, non è proprio così. Per quanto questo santo mi affascini ed è molto suggestivo il luogo in cui è stato ucciso nella Cattedrale, la storia dell’assassinio rientra in quelle solite beghe per il potere tra impero e papato. Originariamente Tommaso era amico del re suo assassino. E, chissà, magari era pure un po’ intrallazzone (in senso buono, ovviamente).

Ma ora basta con la cultura, perché ogni tanto bisogna pur mangiare. Anche a Canterbury.
Oltre ad andare nella solite catene di ristoranti per celiaci, quella dei pub per ubriaconi e da Nando’s a prenderci il pollo, abbiamo deciso di trattarci bene e siamo stati in un ottimo ristorante indiano: The Ancient Raj.
Subito mi hanno detto che potevano cucinare senza glutine e che il curry lo fanno loro mischiando le spezie allo stato puro. Il manager si è intrattenuto a lungo al nostro tavolo per concordare il mio pasto. Il cibo era ottimo e mi sono trovata benissimo.
Il locale è in puro stile coloniale, nostalgico. I camerieri sono tutti uomini indiani, impettiti e molto cerimoniosi. Gli inglesi adorano questo posto: ah finalmente ritrovarsi di nuovo potenza coloniale! Quando le cose erano come dovevano essere!
Infatti in quel ristorante si può comodamente cenare seduti sotto al ritratto della regina Vittoria, imperatrice d’India.
A proposito, osservandola bene mi sono accorta che è identica ad una mia prozia: zia Salvatoríca!
Eccola qua, infatti:

È o non è mia prozia Salvatoríca?

Zia Salvatoríca morì quando ero piccola e ricordo che dovemmo mettere in ordine un sacco di cianfrusaglie dell’Età Salvatorichiana. In compenso abbiamo ereditato delle lenzuola ricamate e dei mobili in puro stile salvatorichiano. Ad esempio una libreria. Talmente bella che la teniamo in garage.

Nel ristorante indiano siamo tornati una seconda volta, dopo una brutta esperienza… Una sera siamo stati in un locale italiano, che fa però anche cucina nordafricana. Stavo per chiedere al manager e poi ho visto che sul menu indicavano “cucina senza glutine”. Dopo lunghe trattative con il cameriere (in pratica, tra pasta e cous cuous, tutto il menu era con glutine) ero riuscita a concordare un pasto a base di riso. A quel punto decido di sfoderare la mia famosa carta per il cuoco con i tre comandamenti del cliente celiaco (1. niente pasta, pane etc., 2. non contaminare, 3. fare attenzione ai prodotti industriali e agli additivi). Il cameriere l’ha portata al cuoco. Dopo un po’ arriva il manager che ci dice che il cuoco non se la sente, che non garantisce per la contaminazione. Morale della favola: ci ha detto di andare da un’altra parte. 8-O
Con la coda tra le gambe ce ne siamo andati. E per non sbagliare siamo tornati al ristorante indiano.
Una volta seduti dall’indiano, mio fratello mi ha detto:
“Non tiri fuori anche qua il tuo foglietto” [la carta per il cuoco n.d.a.] “per essere sicura che qua sia tutto a posto?”
“No”, gli ho spiegato, “l’altra volta non l’avevo tirato fuori. Se lo facessi adesso, penserebbero che allora qualcosa è andato storto.”
Mio fratello: “Ho capito: occhio non vede, villo non duole.”
Dopo la cena, nessun dolore ai villi. Il che nel mio caso non vuol dire (sono asintomatica), ma in quel ristorante indiano mi sono sembrati davvero attenti.

Ci sono anche altri racconti di Canterbury (e dintorni). Può darsi che li scriva, può darsi di no.
Intanto vi saluto e vi auguro buona festa della mamma per domani!
Maria Paola