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Archive: February, 2012

Per Rossella

Rossella Urru a Rabouni, Algeria. Coordinatrice nei campi dei Rifugiati Saharawi dei progetti della ONG CISP (Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli), è stata rapita nella notte tra il 22 e il 23 Ottobre 2011 assieme ai colleghi spagnoli Ainhoa Fernandez de Rincon ed Enric Gonyalons.

Per Rossella. Perché torni presto libera.
Con affetto,
Maria Paola

I miei modelli: Luciana Littizzetto

Modelli a confronto.


Carissimi,
dovete sapere che mio fratello ha una vera e propria adorazione per Luciana Littizzetto. Vuole molto più bene a lei che a me.
Una sera eravamo dalle zie. Le nostre famose zie antiglutine. Non appena avvertono spostamenti di briciole o altre manovre poco ortodosse a tavola, gridano in sardo: “Non contaminetas!” Spaventa tutti i commensali e funziona sempre. Ve le consiglio.
Dicevo, una sera eravamo dalla zie. Sedevamo tutti a chiacchierare e c’era la televisione di sottofondo. Ad un tratto in televisione compare il Papa. Mia zia Maria, ultraottantenne iper-religiosa, si avvicina al televisore e si china tutta compita per sentire cosa diceva il Papa.
Ad un tratto scompare il Papa dallo schermo e al suo posto ecco Luciana Littizzetto. Mia zia scappa terrorizzata come se avesse visto il demonio! Mio fratello invece zitto zitto si alza e si china sul televisore con fare religioso per ascoltare la Littizzetto. Stesso atteggiamento di mia zia con il Papa!
Se non è adorazione questa…
Un saluto dalla vostra
Maria Paola

Nel palazzo della Stasi: finale

L'angelo azzurro mi ha portata via dal palazzo della Stasi (Marlene Dietrich nel film "L'angelo azzurro", 1930).

(CONTINUA DALLA SECONDA PARTE)

Finalmente, dopo due settimane di vita lussuosa nel palazzo della Stasi, potevo trasferirmi nella mia nuova casa in centro a Praga.
Alla reception mi spiegarono che il giorno della partenza la donna delle pulizie avrebbe dovuto firmarmi un foglio, che attestava la pulizia della camera. Con quel foglio sarei potuta andar via. Speravo anche che mi restituissero i soldi, visto che, come vi ricorderete, all’arrivo avevo dovuto pagare un mese di soggiorno in anticipo.

La mia camera la tenevo pulita. Tuttavia i famosi asciugamani del supermercato non erano di qualità eccelsa: avevano seminato pallini blu ovunque. Inoltre la porta del bagno scrostata aveva continuato a perdere i pezzetti di vernice. Erano sparsi per tutta la camera. Così scesi alla reception e dissi “Vysavač!” Come si intuisce dalla parola stessa, vuol dire aspirapolvere. La vecchietta mi diede un attrezzo che sembrava un residuato bellico della seconda guerra mondiale e che portai via soddisfatta.
“Che ci vuole?” pensavo “Sono solo due metri quadri!”
Iniziai ad aspirare il pavimento, ma ahimé, aspira e riaspira, quell’aspirapolvere non aspirava un baffo. Dovevo ripassarlo dieci volte nello stesso punto perché avesse un minimo effetto. Feci del mio meglio, sudando sette camicie, ma il pavimento rimase più o meno come prima.
Esausta, ritornai alla reception e, indicando l’aspirapolvere con gesti di disperazione, dissi: “Špatný!”, ovvero “cattivo”. La signora allargò le braccia con doloroso stupore. Poi mi mostrò dietro il banco un altro aspirapolvere esattamente identico a quello che mi aveva dato.
Io: “No grazie, ho già dato.”
Tornai in camera preoccupata: il pavimento era sporco. Come avrebbe potuto la donna delle pulizie dichiarare che la camera era pulita? Chiamai allora mio fratello su Skype e gli raccontai la vicenda.
Lui: “Ma possibile che non hai ancora capito?”
Io: “Capito cosa?”
Lui: “Ma come funzionano le cose!”
Io: “E come funzionano?”
Lui: “La donna delle pulizie la devi corrompere!”
Io: “Corromperla??”
Lui: “Ma certo! Tu le dài dei soldi in modo che lei firmi che è pulito. In teoria è come se tu la pagassi perché pulisca lei stessa. In realtà lei intasca i soldi e se ne frega. Così il prossimo trova sporco, la corrompe di nuovo e il ciclo si ripete.”
Io: “Porca miseria, come ho fatto a non pensarci?”
Iniziai a riflettere febbrilmente su quanti soldi avrei dovuto dare alla donna delle pulizie, poi andai a cercarla nel palazzo. La trovai con una collega e vennero con me entrambe. “Oddio”, pensavo, “adesso dovrò corrompere anche l’altra perché stia zitta.” Tremante, le feci entrare nella mia camera. La donna delle pulizie si guardava intorno in silenzio. Di punto in bianco esclamò: “Perfetto! Pulitissimo!” e firmò subito. Ero sbalordita, ma presi il foglio e scappai a gambe levate, prima che cambiasse idea.

Alla reception mi restituirono i soldi che mi dovevano. Tutto a posto. A quel punto non mi restava che chiamare il taxi per andare al lavoro. Meglio il taxi del tram, dato il mio valigione. Chiamai un taxi da un biglietto che avevo trovato. Mi risposero che avrei dovuto aspettare un’ora. “Come sarebbe un’ora?” dissi. Vabbé che abitavo in periferia, però… L’attesa era quella, pertanto mi sedetti rassegnata alla reception e aspettai il taxi per un’ora. Il viaggio in taxi poi durò anch’esso un’ora e così arrivai al lavoro tardissimo.
Spiegai al mio capo il motivo del ritardo: “Ho dovuto aspettare il taxi per un’ora.”
Lui: “Ma che taxi hai preso?”
Io: “Questo”, mostrandogli il biglietto, “la compagnia si chiama ‘Modrý Anděl’”.
Il mio capo scoppiò a ridere: “Ma quello è il taxi per gli ubriachi! ‘Modrý Anděl’ vuol dire ‘L’angelo azzurro’”.
Ma pensa te…

Poco importa. Finalmente avevo lasciato il palazzo della Stasi e quel giorno stesso mi sarei trasferita nella mia nuova casa in centro a Praga. Nel quartiere ebraico, con i gattini nel cortile e bella vista sui tetti.

Vista notturna dalla mia casa a Praga.

Ho raccontato la mia vicenda nel palazzo della Stasi a mia zia Maria, la sosia della Regina Elisabetta di cui vi ho tanto parlato. Zia Maria ha fatto la guerra, viaggi mirabolanti ed è stata persino compagna di lotte di Rosy Bindi.
Eppure questo racconto l’ha profondamente colpita.

Un abbraccio dalla vostra,
Maria Paola

Nel palazzo della Stasi: seconda parte

Elezioni politiche in Repubblica Ceca, maggio 2010. Secondo voi chi ha messo il cartello: il tizio a destra o quello a sinistra?

(CONTINUA DALLA PRIMA PARTE)

Rimasi in quel posto per due settimane.

Avevo rassettato la stanza e mi ero sistemata alla bella meglio. Alla fin fine mi scocciava traslocare di nuovo, magari in un posto con altri problemi, prima di trovare la sistemazione definitiva. “Meglio che mi sbrighi a trovarla” pensavo.

Rimaneva il problema celiaco numero uno: mangiare.
Nel mio piano c’era un cucina, ma aveva solo il lavello. Quella al piano di sopra aveva anche due piastre, ma di pentole neanche l’ombra. E così mi rassegnai a mangiare solo roba che non aveva bisogno di essere cucinata: prosciutto, scatolette di tonno e di salmone, insalata etc.
Nel mio piano c’era un frigo in comune. La prima volta che lo aprii, pensai subito:
“Poffarbacco, ma qui abitano dei grandi scienziati! Guarda quanti begli esperimenti con colture batteriche e fior fiori di muffe!” Inoltre in fondo c’era un blocco di ghiaccio che neanche l’iceberg del Titanic…
Morale della favola: compravo solo porzioni singole, rigorosamente sigillate. Così non dovevo lasciare niente di aperto nel frigo.
Per questo motivo mangiavo sempre quei formaggini Babybell avvolti nella cera. Dopo due settimane non potevo più vederli.

Intanto i giorni passavano e, doccia dopo doccia, stavo finendo lo Scottex. “Bisogna che lavi questi benedetti asciugamani” pensavo.
Così una sera andai alla reception e dissi “Pračka!”, che, come si intuisce dalla parola stessa, vuol dire lavatrice. La signora mi portò in uno stanzino dove c’era una lavatrice e mi spiegò che si pagava un tanto all’ora.
Benissimo, solo che io non avevo detersivo. Al supermercato avevano solo pacchi da cinque chili, e io non volevo appesantire i bagagli in vista del trasferimento.
Come ho risolto? Semplice: avevo un sapone da bucato e con un coltello ne grattuggiai un po’ nel cassetto della lavatrice. Gli asciugamani poi vennero benissimo, profumatissimi!
Quando misi gli asciugamani a lavare era un po’ tardi e mi sarebbe piaciuto andare a letto. Visto che dovevo aspettare la lavatrice, mi misi invece a fare alcune cosette e poi telefonai ai miei con Skype. Ad un certo punto dissi ai miei “Oh, è già passata un’ora. Vi lascio, devo ritirare gli asciugamani dalla lavatrice, altrimenti mi fanno pagare un’ora in più.” Così salii nello stanzino. Ma la lavatrice non aveva finito.
Tornai dopo mezz’ora: non aveva finito.
Tornai dopo un’ora: non aveva ancora finito.
Avevo un sonno pazzesco, ma dovevo aspettare gli asciugamani.
Tornai dopo un’ora e mezza: la lavatrice sballottava che era una meraviglia.
Finì dopo due ore e quarantacinque minuti. Alla reception mi fecero pagare tre ore.
L’indomani al lavoro ero uno straccio. Il mio capo, molto premuroso, venne a chiedermi come stavo e se riposavo bene. Gli raccontai la storia della lavatrice e che, per quel motivo, ero dovuta andare a letto molto tardi. Potete immaginare come si sentì udendo queste cose!

Nel frattempo era rinfrescato e i plaid che avevo comprato il primo giorno non mi bastavano più. Pertanto tornai nel famigerato centro commerciale a comprare un coperta più grossa.
E così, uscita dal centro commerciale, aspettavo il tram in mezzo a una grande strada di periferia. Con una mano tenevo la coperta e con l’altra le buste della spesa. Intorno a me cartelloni giganteschi di propaganda elettorale, raffiguranti dei loschi personaggi e scritti in una lingua incomprensibile.
In quel momento pensai:
Dove sono? E cosa ci faccio qui?

FINE SECONDA PARTE

VAI AL ->->-> FINALE

Grande raccolto e neve a Manhattan

Carissimi,
oggi grande raccolto: in mezzo chilo di lenticchie ho trovato ben quindici chicchi di grano.

Per festeggiare sono uscita a vedere la neve a Sassari, tanto il riscaldamento era guasto. Non vedevo tutta questa neve in città da quando ero piccola, nel 1985.
Ecco la nostra Manhattan, ovvero il centro di Sassari con i grattacieli, innevata. Manca solo veder passeggiare Woody Allen con la giapponese:

Neve a Manhattan (Sassari, Piazza Castello, 06 febbraio 2012).

Non stupitevi che noi a Sassari abbiamo Manhattan. Si sa che noi sassaresi siamo megalomani: l’autobus qua si chiama tram, e l’inutilissimo tram, che hanno messo da qualche anno, si chiama metropolitana.

Cari saluti dalla metropoli,
Maria Paola

Nel palazzo della Stasi

Vista dal palazzo della Stasi.

Carissimi,
in questi giorni sono assalita dai ricordi e così vorrei raccontarvi dei mio primo periodo a Praga.
Quando mi trasferii a Praga, nel remoto maggio del 2010, il mio futuro capo mi propose un alloggio provvisorio per i primi giorni. Ovviamente accettai subito: non conoscevo la città e non parlavo una parola di ceco. Per giunta una persona che aveva lavorato nello stesso posto a Praga mi aveva detto che gli ospiti venivano alloggiati in un residence. “Benissimo”, pensavo, “cosa c’è di meglio per una celiaca di una stanza con angolo cottura?”

E così al mio arrivo a Praga vennero a prendermi alla stazione il mio futuro capo e un collega. Mi fecero salire su un tram con destinazione sconosciuta.
Dopo un viaggio che non finiva più, arrivammo al capolinea, nella più remota periferia praghese. E ci ritrovammo davanti alla mia nuova residenza: un palazzone in stile socialismo reale. Sembrava davvero il palazzo della Stasi (ovvero i servizi segreti della Germania Est).
L’interno confermava l’impressione esterna: moquette verde oliva ammuffita dagli anni ’60, muri marroncini e arredamento in stile prima della rivoluzione. Alla reception delle vecchiette che parlavano solo in ceco. “Se devo chiedere un’informazione, sto fresca” pensavo.
Nel frattempo le vecchiette discutevano con il mio capo in ceco stretto.
Il mio capo mi disse: “Bisogna pagare il soggiorno adesso, in anticipo.”
“Ok” dissi.
Il mio capo: “Si tratta di un mese di soggiorno…”
Io: “Ohibó, ma io qua mica ci resto un mese”, dissi guardandomi intorno angosciata, “Massimo massimo due settimane, finché non trovo casa …”
Altra discussione con le vecchiette…
Il mio capo: “Purtroppo la prassi è questa, ma se resta di meno poi le restituiscono i soldi”.
“Boh, speriamo”, pensai. E, messa alle strette, pagai alle avide vecchiette che sognavano di giocarsi tutto alla tombola.

Salimmo poi a vedere la mia camera. Ragazzi, che lusso. La porta del bagno era tutta scrostata. La moquette sporca. Il bastone delle tende cadente. Sul materasso giaceva una coperta grigiastra tutta consumata. Una roba che a confronto la cella del Conte di Montecristo sembrava una suite del Grand Hotel.
Il mio capo entrando impallidì e disse mortificato: “Ci avevano detto che era carino qua…”
Io: “No, no, va bene…” mentre una lacrimuccia mi scendeva sulla guancia. Dove potevo andare ormai così tardi, da quel luogo in capo al mondo e con quel valigione pesantissimo?
In quel momento mi accorsi che non c’erano neanche le lenzuola. Lo dissi al mio capo.
Lui: “Vado alla reception. Di sicuro si possono affittare.”
Io: “Per favore chieda anche una coperta.”
Dopo un po’ tornò con le lenzuola, ma senza la coperta: “La signora della reception ha detto che c’è caldo e che non c’è bisogno di coperta.”
Io: “Veramente la coperta mi serviva per oscurare la finestra, visto che non ci sono tende…”
Il mio capo: “Ah”.
Io: “Ora che ci penso non ho neanche asciugamani. Bisognerebbe chiedere anche quelli alla reception.”
Il mio collega: “Lasci perdere. Non mi fiderei più di tanto di queste signore della reception. È meglio se gli asciugamani li compra nel centro commerciale qua vicino.”
E così andammo al centro commerciale. Cenammo in un sedicente ristorante italiano dove riuscii a rimediare un insalata. Andai poi in un ipermercato, dove, dopo lunghe e penose ricerche con il personale che non parlava inglese, trovai degli asciugamani.
Tornai infine nella mia stanza.
Quella notte piansi perché mi sentivo sola e impaurita.
Poi mi addormentai di un sonno breve e tormentato.

* * *

L’indomani mattina avevo un problema.
Come asciugarmi dopo la doccia?
Non so voi, ma quando io compro degli asciugamani, prima di usarli li lavo. Questi erano particolarmente impregnati delle polveri della fabbrica e, soprattutto, di quelle dell’ipermercato, dove erano esposti senza alcuna protezione. Sinceramente non me la sentivo di asciugarmi con quelli.
Come ho fatto secondo voi?
Mi è venuta una grande idea: mi sono asciugata con lo Scottex.
E così, mentre mi asciugavo con lo Scottex davanti allo specchio del bagno, mi veniva da ridere: “Possibile che mi sia ridotta così? Ad asciugarmi con lo Scottex dopo la doccia?”
Avevo però un altro problema: come asciugarmi i capelli?
Chi mi conosce sa che con la mia capigliatura non basterebbero dieci rotoli di Scottex. Come ho fatto secondo voi?
Molto semplice: ho steso l’asciugamano grande sul letto, l’ho tutto foderato con lo Scottex e me lo sono avvolto in testa.
E così, tutta pulita e profumata e rinfrancata dal mio spirito di adattamento (mi sentivo una Robinson Crusoe in gonnella), sono andata al lavoro.
Dopo un’odissea di un’ora in tram eccomi al mio posto di lavoro: fantastico, con gran vista sulla Moldava e sul Castello di Praga.
Busso nell’ufficio del mio capo ed entro.
Secondo voi, come vi accoglierebbe un capo il vostro primo giorno di lavoro? Probabilmente così: “Ma prego venga, benvenuta. Ora le faccio vedere gli uffici, la presento ai colleghi etc, etc.”
Invece il mio capo si alzò costernato, sollevò le braccia imploranti verso di me e mi disse:
“Troveremo un altro alloggio per lei!”

FINE PRIMA PARTE

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