Buon anno (bis)

Carissimi,
ieri sera sono andata a festeggiare il Capodanno.
Come dite? Vi avevo già fatto gli auguri a suo tempo? Ora è un po’ tardi?

Ma nooooo, non è tardi: oggi è il Capodanno cinese!
Buon anno del coniglio a tutti!

I miei colleghi cinesi ci hanno invitati a casa loro per l’occasione. Hanno annunciato la cosa con largo anticipo (infatti hanno iniziato a cucinare da domenica scorsa) per cui ho avuto modo di spiegare per filo e per segno la mia situazione.

Ho procurato la salsa di soja Tamari con spiga sbarrata. All’inizio i miei colleghi cinesi erano un po’ scettici, mi hanno detto che la salsa di soia è molto importante e che non tutte sono buone. In pratica per loro usare quella salsa di soia simil-giapponese è come per un napoletano mettere l’emmentaler sulla pizza.
Gli ho detto: vabbé allora a me fatemi la cosa a parte con la mia salsa, tanto io sono contenta uguale.

Poi uno dei colleghi cinesi mi ha annunciato, molto contrito, che avrebbero fatto i ravioli, che sono tipici per il Capodanno, e che io non li avrei potuti mangiare.
Non sia mai! I ravioli cinesi del secolo! (altro che hamburger a Stoccolma) Quando mi ricapita? Subito ho detto che avrei procurato la farina adatta.

Son stata in due negozi biologico-naturisti a cercare la “Farina” (quella per pasta) della Schär. La negoziante: “Ah, la harina de la Sar!”.
Qua dicono “Sar”, che è quasi come SARS e mi sa molto di epidemia…
Nei due posti non ce l’avevano. Mi hanno detto che da loro non la usa nessuno (gli spagnoli tradizionalmente non fanno la pasta in casa) ed era troppo tardi per ordinarla.
Così ho dovuto comprare la farina Schär per dolci (senza zucchero però). Ho letto gli ingredienti ed erano identici a quelli della farina per pasta. Ho pensato: tanto è tutto marketing…

Molto ottimista, sono andata a portare la farina per dolci al collega cinese: “Quella per pasta non c’era. Ma va bene anche questa per dolci. Tanto è tutto marketing! E se affogate tutto bene nella salsa di soia, poi non si sente più nulla. Vai tranquillo!”

Dopo due giorni viene da me il collega cinese ancora più contrito:
“Ieri abbiamo fatto i tuoi ravioli.”
Si torceva le mani e aveva paura di parlare:
“Sono venuti terribili. La tua farina non è per niente come quella di grano.”
(e qua direi che abbiamo fatto la scoperta dell’America)
Io: “Ma lo avete messo il ripieno e li avete affogati bene nella salsa di soia?”
Lui: “Sì, ma erano terribili lo stesso”.
(accipicchia, ma perché dirmi queste cose? Tanto io mica me ne accorgo: per me sono ravioli cinesi e basta)
Io: “E magari l’impasto si rompeva, no? Metteteci un uovo! Vedrete che l’uovo risolve tutto!”
Il collega si è allontanato poco convinto.

Arriva il gran giorno. I colleghi cinesi ci danno un menu, scritto in inglese e cinese: di ben sette portate! Mi dicono che avrei potuto mangiarne la metà. Poi in realtà di portate ne hanno fatte molte di più e quindo per me ce n’erano ben più di sette.
Ed ecco che arrivano i famosi ravioli. Buoni secondo me. Un po’ più arancioni di quelli glutinosi e con un retrogusto di biscotto di mais. Ma, ribadisco, buoni! E siccome hanno cucinato prima i miei di quelli glutinosi (per evitare la contaminazione: che bravi!), subito li hanno assaggiati anche gli altri e sono piaciuti!

L’unico problema è che ad un certo punto Paolo Maldini ha tuffato uno dei suoi ravioli normali nella salsa senza glutine preparata apposta per me.
Mentre il suo raviolo sguazzava beatamente nella mia salsa, gli ho detto che ora non avrei potuto più mangiarla. All’inizio è rimasto basito, e poi era tutto mortificato. No problem: il collega cinese si offre di rifarmi la salsa. Ma non c’è bisogno, visto che ho appena scoperto che mi piace di più tuffare il raviolo nella salsa dei gamberetti, anch’essa senza glutine (per i cinesi un peccato mortale: come mettere il parmigiano sugli spaghetti alle vongole, ma pazienza).

Ah i cinesi! Non mi era mai capitato di conoscere così da vicino dei cinesi.
Venerdi scorso ero già stata a cena da loro. Una cena improvvisata, infatti c’erano solo sei portate.
Ho chiesto al collega cinese: “Ma secondo te qual’è la differenza più grande tra la cultura orientale e quella occidentale?”
Lui ha riflettuto e poi ha risposto: “L’individualismo. Gli occidentali sono molto più individualisti di noi, fanno molte più cose per se stessi. Non è un male, un po’ di individualismo ci vuole. Perché sacrificarsi sempre per la comunità?”

Cosa sia lo spirito di sacrificio dei cinesi l’ho toccato con mano. Avevano messo la polpa di granchio nella zuppa. Siccome la polpa di granchio (o surimi) notoriamente può contenere glutine, volevo leggere gl ingredienti sulla confezione. Il mio collega cinese (lo stesso che aveva trasportato l’enorme tagliere del mio capo) ha frugato per un quarto d’ora nell’immondizia, tra pezzi di carta sporca, ossa di pollo e altre schifezze innominabili, pur di trovarmi la confezione.
La polpa di granchio era senza glutine, ma purtroppo il sacrificio del collega non è servito. Infatti nella zuppa avevano messo la salsa di ostrica, che invece il glutine ce l’aveva.
Io ho apprezzato ugualmente moltissimo il gesto.
E anche i ravioli. Infatti quelli rimasti me li sono presi e ce li ho in frigo…

Baci e ancora buon anno del coniglio a tutti!
Maria Paola