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Archive: April, 2012

Cronache ospedaliere: il ritorno

Torna il nostro reduce del Vietnam, più agguerrito che mai.


(CONTINUA DALLA QUARTA PARTE)

Mi era venuta la temibile emorraggia post-operatoria.
Sconvolta, andai subito a svegliare i miei.

Vedendo tutto quel sangue nel lavandino, mio padre disse:
“Ih! E cosa vuoi che sia? Quando ho avuto quell’emorraggia allo stomaco, ho perso molto più sangue. Mi avevano dovuto fare due trasfusioni!”
Poi guardò nella mia gola con la pila per vedere dov’era l’emorraggia, mi mise il ghiaccio sul lato giusto del collo e, infine, telefonò alla clinica.
Nel frattempo io, tremante, con una mano mi tenevo il ghiaccio sul collo e con l’altra reggevo il bicchiere nel quale sputavo il sangue. Contemporaneamente mi tiravo su i jeans sopra il pigiama. Meglio lasciarlo sotto, nel caso mi avessero trattenuta in ospedale.
Era notte, notte fonda.
In quattro e quattr’otto ero in macchina e in men che non si dica di nuovo in clinica: salve a tutti, chi non muore si rivede.

Siccome l’emorraggia non bastava, la dottoressa mi fece tre prelievi di sangue. In quel momento stavo per svenire. Vedendomi così, mia mamma stava per svenire ancora di più.

E così eccomi di nuovo in un letto della clinica. Quella notte non riuscii a chiudere occhio. Era troppo grande lo sconforto di trovarmi di nuovo li. Non potevo crederci. Mi avevano messa nella camera dei bambini, alle finestre c’erano Bambi, Tippete e il trenino: magra consolazione.
Con la mano tenevo sempre il ghiaccio sul collo, avevo terrore che l’emorraggia si ripresentasse. Oppure che l’anticoagulante che mi avevano iniettato, in combutta con la flebite, causasse qualche embolo vagante.
Indecisa tra le due preoccupazioni, piansi. E poco prima dell’alba mi addormentai di un breve sonno.

* * *

La mattina dopo feci conoscenza con la mia compagna di stanza.
Era una signora di sessantotto anni, molto simpatica. Somigliava molto alla brunetta dei Ricchi e Poveri. Solo che lei stava ore al telefono con la mamma novantenne e parlava un sardo strettissimo, tutto infarcito di ehi, ohi e ahi.
L’avevano operata di urgenza quella notte. Mi raccontò che aveva un grosso coagulo di sangue dietro all’occhio. Questo coagulo le aveva spinto l’occhio in fuori e le faceva vedere doppio. Secondo lei era dovuto ad un colpo d’aria. Sul pericolosissimo colpo d’aria, fenomeno tipicamente italiano, vi consiglio di leggere questo articolo in inglese: ->-> cliccate qui<-<-.

La mamma novantenne (Dio la benedica) le portava tutti i giorni il pranzo in clinica.
Io invece dopo l’emorraggia dovevo ripartire da zero: non potevo né mangiare, né bere, solo flebo.
Quel giorno la mamma le portò i carciofi con patate. Oddio quanto mi piacciono i carciofi con le patate!
E così, mentre ero attaccata alla flebo, la mia compagna di stanza banchettava allegramente con i carciofi. C’era un profumino da svenire.
Lei: “Vuoi assaggiare?”
Io (tristissima): “Non posso.”
Lei: “Ah, già, è vero, dimenticavo che non puoi.”
Io (sognante): “A casa mamma però dei carciofi mi dava il brodino.”
Lei (premurosa): “Se vuoi, te lo lascio.” E nel mentre sbocconcellava una fragrante focaccia glutinosa, seminando briciole dappertutto.
Io (deglutendo, mentre una lacrimuccia mi scendeva sulla guancia): “No, no, grazie, non si preoccupi.”

Il giorno dopo la mamma le portò la pasta e di secondo le polpette al sugo. Oddio: gli spaghetti con le polpette sono il mio piatto preferito! Come in Lilli e il Vagabondo. Avete presente?

Una parente in visita alla signora mi chiese: “Lei non mangia?”
Indicai la flebo: “Questo è il mio pranzo.”
La parente: “Ma sazia?”
Come no!

Una sera venne a visitarmi il chirurgo greco, considerato il più gran Brad Pitt del reparto. La mia compagna di stanza ne tesseva le lodi: “Sembra il colosso di Rodi!” Io non l’avevo mai visto e pensai: “Beh, meno male che viene a visitarmi, almeno non sono tornata in clinica per nulla.”
Dopo la visita mi chiese: “La gola le fa male?”
Io: “Non più. Dopo l’emorraggia mi sono passati tutti i dolori.”
Lui rise: “Si è spaventata così tanto?”
Chissà.
In ogni caso mi era andata bene. Nel peggiore dei casi, se l’emorraggia non cessa, ti rimandano in sala operatoria. Per me non ci fu bisogno.

Intanto facevo progressi: prima il gelato, poi il budino, poi gli omogeneizzati (la mia passione…). E la mia compagna di stanza era una persona interessante: aveva girato il mondo con i punti raccolti vendendo lavatrici. Tredici crociere in tutti i mari, viaggi a Bangkok, New York, Acapulco, Shanghai… Aveva viaggiato così tanto che faceva un po’ di confusione con la geografia. Tipo la Sierra Morena in Messico e Lanzarote nelle Baleari…
Ma mi trovavo bene con lei e quasi quasi ero triste il giorno che mi dimisero.
Ma noooo, scherzo! ;-)

Pian piano a casa mi ripresi, mangiavo cibi sempre più solidi e riacquistavo le forze. Ora sto bene. Ho ancora un colorito un po’ verdino, ma passerà.
Ah già, e ho una linea invidiabile. :-)

La mia avventura ospedaliera è finita (alleluia). Eppure c’è un’altra cosa che vorrei raccontarvi.
Quale?
Lo scoprirete nella prossima puntata (e poi vi prometto che chiudiamo con l’argomento ospedale, che ne avrete le tasche piene, e io anche più di voi).
La vostra,
Maria Paola

FINE QUINTA PARTE

VAI AL ->->-> FINALE

Cronache ospedaliere:
i pericoli pubblici

(CONTINUA DALLA TERZA PARTE)

Ah, gli infermieri. Anche loro erano tipi interessanti.
Il più forte era sicuramente l’infermiere degli sconti. Quando non avevi finito la flebo, siccome non aveva voglia di tornare dopo a togliertela, ti diceva “Le faccio lo sconto!” e te la toglieva subito. Così un giorno stava per scontare alla mia compagna di stanza mezzo antibiotico. Lei: “No, questo non me lo sconti, che mi fa bene.”
Adesso qua ridiamo e scherziamo, ma quello era un uomo pericoloso. Un giorno suonai il campanello perché mi sembrava che il mio braccio con la flebo fosse gonfio. Che fortuna: venne proprio lui.
“Ma no, è normale!”, mi disse, “Lei ha la cannula verde, quella lunga, che arriva sin qui. È così che dev’essere”. Io non me ne intendevo e li per li mi fidai. Poi lasciata la clinica venne fuori che avevo la flebite! Neanche l’infermiera che mi tolse la cannula alla dimissione mi disse niente.
Anche quella te la raccomando! Un giorno mi stava lasciando mezzo metro d’aria nel tubo della flebo. E meno male che me ne accorsi io e le dissi di togliermela.
In ospedale bisogna stare sempre sul chi vive. Se ti distrai un attimo questi ti ammazzano.

Tra gli infermieri pigri ce n’era anche un’altra. Un giorno le chiesi di staccarmi un attimo la flebo per andare in bagno. Per non dover tornare a riattaccarmela, mi mandò in bagno con tutto il trespolo. Non vi dico le acrobazie.

Comunque tutte le altre infermiere erano semplicemente grandiose: premurose, attente e professionali. Ce n’era una poi, carinissima, che girava con un’uniforme stile anni cinquanta. Sembrava uscita da Addio alle armi di Hemingway.

Con la mia compagna di stanza facemmo il pieno di queste grandi esperienze, finché un giorno ci dimisero. E meno male. Altrimenti penso che saremmo evase dalla finestra calandoci giù dai tubi della flebo.

E così finalmente ero a casa mia. Dovevo mangiare solo pappette fredde, farmi quattro volte al giorno l’impacco sul braccio per la flebite, prendere antibiotici in dosi da elefante, ma almeno ero a casa.

Dopo circa una settimana ci fu la visita di controllo.
Il Professore ricordò le mie tonsille con orrore: “Erano brutte, moooolto brutte.” Ed è uno che ne ha viste tante e se ne intende. Poi mi guardò in gola e disse che avevo “Una spleeeendida cicatrice.”
Che bello! Allora l’intervento estetico era riuscito.
Infine mi disse che ora potevo mangiare anche la pasta scotta. Scotta e fredda, per la precisione.
La pasta scotta? La pasta scotta???
Ma era fantastico! Non potevo crederci.

Tornai a casa tutta contenta. Per cena mi feci i soliti frullati e omogeneizzati. “La pasta domani a pranzo”, pensai.
Erano passati nove giorni dall’intervento. Quella notte andai a letto e, appena poggiata la testa sul cuscino, sentii un liquido caldo in gola.
Andai in bagno. Dalla mia bocca usciva sangue rosso vivo in abbondanza: un’emorraggia.

(FINE QUARTA PARTE)

Facciamoci del male

Ecco il mostro.

Carissimi,
a volte vi sentite un po’ masochisti e autodistruttivi?
Ecco quello che fa per voi: la ricetta per fare il glutine in casa.
È tratta dal blog di Dario Bressanini Scienza in cucina, che a me piace un sacco.
Ecco qua la ricetta, spiegata passo per passo:
->-> cliccate qui <-<-
Notate come il glutine appena fatto sembri un cervello umano. Di quelli messi nei vasi con la formalina, come nei peggiori musei degli orrori.

Questa ricetta dà lustro alla mia già pregiatissima rubrica di cucina, dopo il pandoro floscio, il pane di guerra e gli omogeneizzati.

Notate che la foto che pubblico non è mia. È presa direttamente dal blog di Bressanini. Io il glutine non l’ho ancora fatto. Forse è ancora troppo duro per me dopo l’operazione alle tonsille (è una magra scusa, lo so).

D’ora in poi, per mandare a quel paese un celiaco (e anche un non-celiaco) si potrà dire:
“Ma va a farti il glutine in casa!”
Mi sembra anche più gentile.

Buon divertimento con la ricetta!
La vostra,
Maria Paola

Cronache ospedaliere: i casi umani

(CONTINUA DALLA SECONDA PARTE)

Sembra incredibile, ma persino in ospedale si incontrano persone interessanti.

Quando andai all’appuntamento con gli anestesisti, con me nella sala di attesa c’era un uomo. A vederlo sembrava sano. Alla domanda “Che ci fa lei qui?” rispose che un giorno in campagna era stato aggredito da uno stormo di cornacchie. Scappava coprendosi gli occhi, perché si sa che per gli occhi le cornacchie sono pericolose.
Avete presente il film Gli uccelli di Hitchcock? Uguale.
Solo che lui, non vedendoci nulla, aveva sbattuto la testa e si era rotto il naso. Pertanto doveva essere operato.

Dopo il ricovero, la mia compagna di camera ed io iniziammo ad andare insieme nella sala mensa del reparto, ma il panorama dei Brad Pitt era desolante.
C’era un ragazzo con il naso tutto incerottato e gonfio che sorbiva lemme lemme un qualcosa con il cucchiaino. Poi un tizio con l’orecchio e la testa fasciate. E infine l’uomo delle cornacchie, irriconoscibile. Aveva il naso fasciato e un occhio pesto: non si capiva se avesse un travaso di sangue dall’intervento o se avesse fatto a pugni col chirurgo.
Io invece ero così carina nel mio pigiamino rosa. E senza fasciature. Tutt’al più potevo essere lievemente deturpata dal consumo di omogeneizzati.

Per consolarci, facemmo conoscenza con una simpatica signora, che era là anche lei per le tonsille.
Ci disse: “Io avrei dovuto operarmi alle tonsille quando ero giovane! A settantadue anni ho avuto problemi, e mi hanno detto: ‘Lei è troppo anziana per l’operazione.’”
Noi: “E poi?”
Lei: “A settantatre anni ho avuto di nuovo problemi, e mi hanno detto ancora: ‘Lei è troppo anziana’”.
Noi: “E poi?”
Lei: “Adesso mi hanno messa in lista di attesa per l’operazione.”
La mia compagna di stanza le chiese: “Ma lei quanti anni ha?”
La signora: “Settantasei.”
La mia compagna: “Signora, la opereranno quando ne avrà ottanta!”

Un giorno nella camera a fianco alla nostra si palesò un altro rinoceronte. La mia compagna di stanza ed io ci facemmo due risate: bastava che chiudessimo la nostra porta e il russare non ci disturbava. La ragazza in camera con il rinoceronte invece era disperata.
La trovarono la mattina dopo in sala mensa: si era addormentata seduta al tavolaccio. Le infermiere impiegarono due ore a sbloccarle la schiena.

Io invece, nella camera con la nuova compagna mi trovavo benissimo. Mi avevano messo in un letto, sulla cui testata era pieno di immaginette di Gesù Cristo. Avranno pensato: questa è un caso disperato.
Un giorno mi guardai: al braccio sinistro avevo la flebo, al destro un ponfo enorme da un’allergia al disinfettante. E poi tutte quelle immaginette sopra la testa.
Dissi alla mia compagna: “Guardami: sembra che ho le stimmate.”
Lei mi guardò e disse: “Sembri Padre Pio!”
E meno male che doveva essere un’operazione estetica

La vita in ospedale non era così rosea come sembra. Nei corridoi si aggiravano degli individui inquietanti e pericolosi.
Ma di questo vi parlerò nella prossima puntata.

(FINE TERZA PARTE)
VAI ALLA ->->-> QUARTA PARTE

Ingoiatori di spade

Carissimi,
delle mie biopsie intestinali ho un bel ricordo.
Alla prima mi accompagnò mio padre: a causa del sedativo non sarei potuta tornare a casa da sola in macchina. Il sedativo mi mise in uno stato di torpore, per cui non sentii nessun fastidio.
Durante la seconda biopsia invece persi proprio conoscenza per qualche istante, tanto che non mi ricordo nulla, solo che mi misero un aggeggio in bocca. In quel caso mi avevano detto che non c’era bisogno di venire accompagnata. Il gastroenterologo di Monaco aveva infatti uno stanzino con i lettini e le copertine, come all’asilo, dove si poteva passare una mezz’oretta per smaltire la sbornia del sedativo.
Per altri celiaci invece la biopsia e la gastroscopia sono esperienze da dimenticare.

Molti di voi conosceranno Gianna Schelotto, la psicologa che scrive sui giornali e parla in televisione. Pochi però sapranno che all’inizio della sua carriera lavorava con un gastroenterologo. Riporto qua uno stralcio da una sua intervista.
Buona lettura dalla vostra
Maria Paola

* * *

Il professore cominciò a mandarmi molti pazienti. Iniziammo a collaborare e cominciai ad accompagnarlo ai congressi. Facevamo cose insolite per quei tempi, come ad esempio uno studio innovativo sui disagi che procurava la gastroscopia. Mi colpiva come i medici pur facendo un esame così invasivo non si rendessero conto che l’identità di quelle persone venisse violentata.
Infilavano quel tubo come se i pazienti fossero mangiatori di spade.
Per dimostrare quale trauma psicologico potesse provocare la gastroscopia, facevo fare ai pazienti un disegno di se stessi prima e dopo l’esame. Quel mio lavoro fu pubblicato su un’importante rivista scientifica ed ebbe un grande successo. I pazienti disegnavano il loro disagio in maniera molto evidente: prima dell’esame la persona si rappresentava in maniera normale, un omino ben delineato; dopo l’esame invece il disegno era un insieme di linee scombinate. Veniva fuori visibilmente lo scombussolamento che il paziente aveva subito. Era stato come scovare l’uovo di Colombo, qualcosa che avevamo sotto gli occhi per molto tempo ma che nessuno aveva saputo interpretare.

(Gianna Schelotto in Nati senza camicia (e non solo…): interviste a personaggi famosi che hanno cambiato il loro destino con grande forza di volontà di Catena Fiorello, Baldini Castoldi Dalai editore, 2003, pag.410-411)

Cronache ospedaliere:
finalmente si mangia

(CONTINUA DALLA PRIMA PARTE)

Nei primi due giorni dopo l’operazione mi nutrii solo di prelibatissime flebo. La mia preferita era quella alle patate fritte, ma anche quella al pollo arrosto non era male.
Mentre io ero attaccata alla flebo, la mia compagna di camera andava a mangiare nella sala mensa del reparto. Tornava tutta schifata: “Roba orribile! Ho mangiato solo il pane.”
Io: “Ma cosa c’era?”
Lei: “Il passato di verdura. Bleah.”
Io (sognante): “Il passaaato di verduuura!”
Lei: “Le carote bollite.”
Io: “Le caroooote bolliiiiite!”
Quelle carote bollite me le sognavo la notte.

La sera del secondo giorno la dottoressa mi disse che potevo iniziare a bere acqua e a mangiare il gelato. Rigorosamente bianco. I miei mi avevano comprato delle coppette panna e cioccolato. Visto che potevo mangiare solo la panna, mio babbo dovette fare un sacrificio e mangiarsi tutto il cioccolato. Cosa non si fa per i figli!
Cosa mi sembrò quel primo gelato dopo tanto digiuno! Buonissimo!

Continuavo a ricevere la mia dose di flebo, visto che non potevo mangiare gran che, ma pian piano aggiunsi gli omogeneizzati. Il primo fu un omogeneizzato di pollo, che dovetti mangiare freddo, sciolto in acqua in un bicchiere di plastica. Roba da grand gourmet, insomma.
Ora non ridete. Nei ristoranti di lusso pappette simili le decorano con aceto balsamico e una fogliolina di basilico e ve le servono in pompa magna.

Un giorno la caposala impietosita mi offrì degli omogeneizzati di marca che custodiva gelosamente nel frigo. Ebbi modo di provarne diversi: tacchino, vitello con verdure, pollo, coniglio, etc.
Non solo avevano tutti lo stesso orrendo sapore, ma anche lo stesso colore. Il mio sospetto è che mettano in tutti lo stesso impiastro. Tanto i neonati, poveretti, non se ne accorgono.

La palma d’oro degli omogeneizzati peggiori va però a quelli di verdura. Assolutamente
n o n – e d i b i l i: dopo il primo in ospedale, dissi basta. Mia mamma aveva allora il problema di smaltire le scorte. E fu così che mise di nascosto il famigerato “verdure e legumi” nella minestra di mio padre. E l’orribile “verdure miste” nella minestra di mio fratello. Entrambi non cessavano di complimentarsi con mia madre di quanto era buona la minestra e chiedevano cosa mai ci avesse messo.
Massaie, prendete nota.

Siccome non si vive di soli omogeneizzati, ad un certo punto iniziai anche io ad andare in sala mensa. Non per mangiarci, non potevo, ma per vedere un po’ la fauna umana. Metti che anche in ospedale ci sia qualche Brad Pitt! Non si sa mai.

E così conobbi alcune persone interessanti…

(FINE SECONDA PARTE)
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Cronache ospedaliere: il rinoceronte e il veterano del Vietnam

Personaggi ospedalieri.


Carissimi,
finalmente arrivò il giorno del ricovero. Pensavo: “Andare in ospedale. Che sarà mai? Come andare in albergo!”. E tutto il giorno mi ripetevo: “Sto andando in albergo, sto andando in albergo…” Tanto più che secondo il sito della clinica le camere erano quasi tutte a due letti con bagno privato.
Arrivai in clinica: eccomi in un’affollatissima camera a quattro letti.
“Sono in ostello, sono in ostello…”
Mi imbarazzava mettermi a letto in pigiama davanti a tutti quegli estranei: tre ricoverate e tutti i loro visitatori. Ma non avevo scelta.

Durante la notte all’improvviso mi venne un dubbio: forse per sbaglio mi avevano ricoverata in un reparto di veterinaria, invece che in un reparto di otorino.
Infatti nella mia camera c’era un rinoceronte. 8-O

Solo un rinoceronte poteva russare a quel modo. Ero indecisa se imbracciare il fucile e abbatterlo, oppure chiamare l’infermiera. In mancanza di un fucile, suonai il campanello.
Arrivò l’infermiere: “Sente come russa la mia collega? Qua c’è pieno di posti vuoti. Mettetemi in un’altra camera che domani ho l’intervento.”
Dopo un braccio di ferro con l’infermiere, la spuntai e lui mi portò in una camera dove potevo dormire da sola. Che conquista!
Ma la gloria durò poco. L’indomani mattina infatti mi ricacciarono inesorabilmente in camera con il rinoceronte.
Un’altra mia compagna di camera poi mi raccontò che, non vedendomi nel letto la mattina presto, si era preoccupata e aveva avvertito gli infermieri. Gli infermieri li per li furono presi dal panico e pensarono che fossi scappata dalla clinica. Infine uno si ricordò: “Ma no! È la ragazza che ho portato nell’altra camera stanotte!”

Più tardi mi dissero di togliermi tutti i vestiti e mi diedero un camice bianco, molto largo, con due laccetti sulla schiena. Alta moda, insomma. Con questo abbigliamento aspettai alcune ore, finché finalmente arrivarono i barellieri per portarmi in sala operatoria.
Speravo che mi operasse il primario. Infatti il Prof. Peroni (nome di fantasia) è uno di quei chirurghi miracolosi che, quando cammina per strada, la gente gli bacia le mani e la veste.

Mentre aspettavo nell’anticamera della sala operatoria sentivo delle voci: “Nicola, svegliati! Nicola! Nicolaaa! Sveglia, Nicolaaaaa!!!!”
Questo Nicola non si svegliava mai. Stavo per alzarmi dalla barella e andarlo a scuotere un po’ io: “Ajò, Nico. E svegliati che ora tocca a me!” Invece ecco che finalmente il fantomatico Nicola venne fuori, in barella e ancora mezzo addormentato.
Ho scoperto poi che si chiamava Davide. Se lo chiamavano Nicola per forza non si svegliava!

Mi portarono dentro e subito una tizia tutta bardata e con un bocchettone in mano mi disse: “Respiri qui! È ossigeno.”
Pensavo: col cavolo che è solo ossigeno, conterrà qualcosa per farmi addormenta…
Non mi resi neanche conto di perdere conoscenza.

* * *

Quando mi svegliai dall’operazione, nella barella accanto alla mia c’era Nicola che dormiva ancora, poveretto. Io invece ero molto ispipilla (“sveglia” in sardo) e non vedevo l’ora che mi riportassero in camera perché nella stanza del risveglio mi annoiavo.
Le barelliere che mi riportarono su mi chiesero: “Erano grandi le sue tonsille?”
Io: “Erano dei microcontinenti.”

Credevo che avrei avuto chissaquali dolori, chissaquale nausea. Invece niente nausea e i tanto decantati dolori erano sopportabilissimi. Manco paragone con i dolori mestruali del giorno prima. E così un paio d’ore dopo l’operazione mi alzai e mi misi il pigiama da sola, mentre la mia compagna di camera, la signora rinoceronte, mi guardava con tanto d’occhi.

La signora rinoceronte era molto lamentosa. Non perdeva occasione per raccontare ai suoi visitatori, e anche ai visitatori delle altre pazienti, quanto era stato fastidioso tale trattamento, quanto le era doluto quest’altro e chiamava le infermiere per qualsiasi fesseria.
A confronto io sembravo un veterano del Vietnam. Uno che ha patito sofferenze ben peggiori e che sopporta tutto con una tempra di ferro.
Non per niente sono nata il 4 luglio. ;-)

La signora mi indicava ai suoi visitatori ammirata: “Lei sta benissimo!”
Sembrava che volesse farsi operare alle tonsille anche lei, per stare bene come me.
Ad un tratto mi disse: “La sua operazione non era nulla. Se invece le avessero fatto il trattamento che hanno fatto a me, allora sì che avrebbe sofferto.”
Credo si trattasse di inalazioni.
Le risposi che in effetti avevo subito delle operazioni in anestesia locale ben peggiori di questa.
Le stavo per raccontare di quando mi tolsero quella cisti dall’inguine. Di come sentii nettamente il taglio del bisturi e, con le lacrime agli occhi, trattenni un urlo. E che poi tornai a casa da sola in tram, zoppicando.
Oppure di quella volta che il chirurgo mi strappò l’unghia dell’alluce. Cacciai un urlo tremendo. E il giorno dopo dovetti affrontare, da sola e senza posto prenotato, un viaggio di sette ore in un treno affollatissimo. Con un ditone che mi faceva vedere le stelle al minimo spostamento d’aria.
Stavo per raccontare queste cose alla signora, ma poi ho pensato: meglio di no, magari si impressiona.

Quella notte sembrava che le inalazioni avessero fatto effetto sul naso della signora: respirava tranquillamente. Ma ad un tratto, alla una di notte, si svegliò il rinoceronte che era in lei.
Il braccio di ferro con l’infermiera di turno fu più arduo della notte precedente. Mi disse: “Le camere sono tutte occupate. C’è solo un posto in camera con una ragazza. Ma non so se russa anche lei.”
Io: “Non importa, sono disposta a rischiare, tanto se resto qua l’insonnia è garantita. La prego, mi aiuti a prendere la coperta e il cuscino dal mio letto. Sono stata operata oggi e non posso fare sforzi.”
L’infermiera non mosse un dito. Dovetti sradicare io la coperta dal letto con tutte le mie forze. Pensai: vabbé che sono un veterano del Vietnam, però non esageriamo.

La mia nuova compagna di stanza non solo non russava, ma era pure simpatica. Mi lasciarono in camera con lei e facemmo amicizia.
Quella mattina però il nostro veterano del Vietnam era un po’ abbacchiato. Non tanto per i dolori, che non erano gran che. Più per la mancanza di sonno. E soprattutto perché dall’operazione mi ero nutrita solo di flebo.
Come disse il sommo poeta: “Poscia, più che il dolor, potè il digiuno”.

(FINE PRIMA PARTE)
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Gran pranzo di Pasqua

No comment.

Gran pranzo di Pasqua dopo l’operazione alle tonsille:
- omogeneizzato di agnello di gran marca, con tanto di spiga sbarrata
- pasta (finalmente!) molto scotta e fredda
- dulcis in fundo: uovo di Pasqua (ovvero uovo à la coque, visto che il cioccolato non si può).
Non mi faccio mancare niente insomma.
Preferivo la dieta gluten-free a quella tonsil-free, ma pazienza.

Carissimi,
auguro a tutti voi una Pasqua più buona!
Un abbraccio dalla vostra,
Maria Paola

Da settembre panini senza glutine in tutti i McDonald’s!

Carissimi,
una mia amica, che lavora nelle alte sfere di McDonald’s Italia, mi ha informata che da settembre ci saranno i panini senza glutine in tutte le filiali McDonald’s italiane! Come già succede in Svezia e in Spagna. Finalmente!
La McDonald’s si è decisa dopo aver valutato il gran giro di affari dei prodotti senza glutine. Ha già stipulato un accordo con la Schär, che fornirà le Ciabattine, dentro le quali verranno messi gli hamburger.

Purtroppo, per ridurre i costi di produzione, le patate fritte saranno prodotte anche con amido di frumento e saranno quindi vietate per noi. In compenso McDonald’s ha deciso di inserire nel menu le patate lesse, più sane e senza rischi di contaminazione per noi celiaci. Saranno disponibili nei formati grandi, medie e piccole.
Per i celiaci più sensibili, insieme al ketchup e alla maionese, ci saranno bustine di McEnterogermina®, prodotta in collaborazione con la casa farmaceutica Sanofi Aventis, da sciogliere nella Coca Cola.

Mi sembra un grande passo avanti.
Un saluto,
Maria Paola